Il 4 giugno 2026 è uscito il libro più ambizioso dell’economista italoamericana. In Grecia è stata accolta con entusiasmo ma anche con critiche – per lo più da chi non sapeva chi fosse – in seguito alla sua conversazione con Kyriakos Mitsotakis la settimana scorsa, al forum dell’Economist a Creta. Nel dibattito internazionale, però, accanto ai premi e ai titoli onorifici, esiste un’intera corrente di economisti che parlano di «mito».
Mariana Mazzucato ha presentato pochi giorni fa uno dei libri più attesi del decennio in materia di economia politica: The Common Good Economy: A New Compass (ed. Penguin Allen Lane). Sei giorni prima, si era trovata di fronte al primo ministro Kyriakos Mitsotakis a Chania, spiegando come il capitalismo odierno possa cambiare grazie a una nuova etica, «di stampo antico». Alcune settimane prima ancora, il 18 aprile, era apparsa a Barcellona accanto a Carlos Cuerpo – vicepresidente del governo spagnolo e ministro dell’Economia – per annunciare la costituzione di un nuovo Global Council on New Economics for the 21st Century. Si tratta di un forum di economisti internazionali che, sotto la sua presidenza e con il patrocinio del governo spagnolo, si prepara a riformulare i principi fondamentali del pensiero economico entro l’autunno del 2027.
Il tono è enfaticamente messianico. «Non possiamo creare il bene senza una teoria di che cosa sia il bene», scrive la professoressa dell’University College London nel nuovo libro. La virtù di questa affermazione coincide con il suo tallone d’Achille: chi definisce il «bene», e con quale meccanismo di responsabilità.
La tesi centrale della Mazzucato è costante dal 2013 e dal fondamentale The Entrepreneurial State fino all’odierno Common Good Economy: le democrazie occidentali hanno interiorizzato un mito fondamentale – quello per cui l’innovazione e la ricchezza vengono prodotte nel settore privato e redistribuite, con i distorsivi effetti del caso, dallo Stato. La Mazzucato rovescia il rapporto. L’iPhone, sostiene, deve ogni sua tecnologia critica – touchscreen, GPS, internet, Siri – a investimenti pubblici. Lo stesso vale per Tesla, che ha definito «parassitaria» rispetto a sussidi statali per 4,9 miliardi di dollari che, a suo dire, Elon Musk avrebbe ricevuto per le sue tre aziende. Il vero inventore è il sistema federale della ricerca – dal programma Apollo alla DARPA. E la sistematica incapacità di riconoscere questo contributo porta alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione delle perdite.
Nelle opere successive, Mission Economy (2021) e The Big Con (2023, scritto insieme a Rosie Collington), allarga la critica. L’industria della consulenza – McKinsey, Deloitte, BCG – ha «infantilizzato» i governi, svuotando le pubbliche amministrazioni di competenze interne e rendendole dipendenti. Lo slogan è efficace e colpisce. Il nuovo governo laburista di Starmer ha fatto ricorso esplicitamente al suo lessico, adottando cinque «missioni» come cornice di governo.
Un’intera corrente di economisti, però – e non solo neoliberali – individua nell’argomento della Mazzucato un sistematico salto logico. Il suo critico più noto, Alberto Mingardi, direttore dell’italiano Istituto Bruno Leoni, co-firma con Deirdre McCloskey un intero libro intitolato The Myth of the Entrepreneurial State. In un’ampia analisi sul City Journal, Mingardi registra quello che considera il paradosso centrale: la Mazzucato accusa la Silicon Valley di parassitismo, ma allo stesso tempo ha bisogno del suo successo come prova che gli investimenti pubblici funzionano. Se i capitali statali hanno prodotto l’iPhone, avrebbero potuto ugualmente produrre un prodotto fallimentare. E in effetti ne hanno prodotti molti. La Mazzucato, secondo Mingardi, non riconosce i costi opportunità: che cosa non è stato finanziato, quali fallimenti sono rimasti fuori dalla narrazione.
Più di recente, l’analisi pubblicata dall’Independent Review nella primavera del 2026 confuta direttamente la Mazzucato sull’utilizzo del programma Apollo come modello. L’Apollo non aveva problemi ad attrarre investimenti privati perché lo Stato aveva imposto su di esso una missione al di là del mercato – ma perché la stessa Mazzucato non spiega che cosa esattamente il governo americano abbia sperimentato e scartato prima di giungere al metodo che funzionò. L’esempio sorregge la sua tesi solo quando narra il successo, non quando narra il tentativo.
C’è poi una questione più imbarazzante. La teorica del «nuovo capitalismo etico» ha sviluppato un’estesa rete di legami consulenziali con governi – Regno Unito, Scozia, Commissione europea, Sudafrica, Organizzazione Mondiale della Sanità, Vaticano – attraverso il suo istituto all’University College London. Sebbene l’istituto sia accademico, i suoi critici fanno notare che lei stessa si sta trasformando in ciò che il suo libro denuncia: una voce esterna pagata per progettare strategie che la pubblica amministrazione, in teoria, «non sarebbe in grado» di progettare da sola. La contraddizione è in qualche misura attenuata – l’IIPP non è McKinsey – ma non scompare.
Se la critica è così diffusa, perché la Mazzucato vende migliaia di copie, viene nominata da papa Francesco nella Pontificia Accademia per la Vita, e viene insignita nel 2025 del titolo di Commander of the British Empire dal re Carlo? La risposta probabilmente non si trova dentro i diagrammi, ma attorno ad essi.
Primo, la domanda politica. Le popolazioni delle democrazie occidentali hanno esaurito la tolleranza per il modello «privatizzare i profitti, nazionalizzare le perdite», culminato nella crisi finanziaria del 2008. Da quel momento, i governi hanno bisogno di un linguaggio – non necessariamente di strumenti – per parlare di un ruolo attivo dello Stato senza evocare il vecchio socialismo statalista. La Mazzucato fornisce esattamente questo linguaggio: «missioni», «scopo comune», «valore al posto del prezzo».
Secondo, la realtà europea. Nell’era dell’Inflation Reduction Act di Biden, della politica industriale cinese e del Green Deal europeo, l’ortodossia neoliberale degli anni Novanta non offre una cornice per ciò che già accade. La Mazzucato la offre – anche se questa cornice è analiticamente carente.
Terzo, il valore simbolico. È una delle poche donne economiste in una posizione di primo piano a livello internazionale, con studi alla New School, professoressa e responsabile di numerosi importanti progetti all’UCL, con accessibilità diplomatica dalla Gran Bretagna all’Arabia Saudita. In un dibattito in cui i nomi sono quasi sempre maschili, la sua stessa presenza funziona come parte dell’argomentazione.
La valutazione è meno dicotomica di quanto sembri. La Mazzucato ha confutato in modo convincente la lettura più estrema del «il mercato fa tutto da solo»: internet è davvero nata da finanziamenti pubblici, la tecnologia mRNA si è davvero basata su decenni di investimenti statali all’NIH. Quello che, secondo i suoi critici, non ha dimostrato sufficientemente è che il prossimo iPhone scaturirà da una «missione» statale – e non da uno dei migliaia di esperimenti del mercato stesso. Nel nuovo libro si giudicherà se va oltre l’esortazione manifestaria e offre un meccanismo concreto. Nel frattempo, la Mazzucato rimane ciò che era fino a ieri: l’economista che l’epoca richiedeva, prima di dimostrare di meritarsela.
Originariamente pubblicato su newmoney.gr