Le minoranze rumorose dei negozi chiusi di domenica

A lamentarsi delle aperture sono categorie molto specifiche, individuabili e perciò organizzate

15 Febbraio 2019

Il Mattino

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

La regolazione degli orari del commercio è una tela di Penelope. Il governo Monti ne approvò la liberalizzazione, nel 2011, dopo una lenta e graduale concessione ai negozi di scegliere in autonomia quando e se stare aperti. Fin da subito, partiti, sindacati, associazioni di categoria e una parte del mondo cattolico hanno spinto con diverse iniziative (per esempio, Libera la Domenica) per un ripristino di più o meno rigidi ed estesi obblighi di chiusura. In Parlamento, onorevoli di ogni gruppo (dal Pd alla Lega, da M5S a Ncd) in questi pochi anni hanno firmato molteplici proposte per tornare alla regolazione degli orari. Le chiusure domenicali sono anche state, fin dalla campagna elettorale, una delle promesse del Movimento 5 stelle, molto cara al vice Presidente del Consiglio di Maio e sostenuta fin dall’inizio dell’attuale governo. Non sorprende quindi che, tra le tante proposte di questi anni, quella attualmente in discussione alla Camera, frutto di un accordo tra i partiti di maggioranza, viene data quasi per realizzata.

La proposta, su cui ieri il relatore Dara ha detto di dover riaprire le audizioni imponendo un rallentamento dell’iter, ribalta la disciplina attuale: dalla libertà di tenere aperti gli esercizi commerciali quando si vuole, comprese le festività e le domeniche, si passa all’obbligo di tenerli chiusi per la metà delle domeniche e in 12 festività nazionali, con una deroga per 4 giorni di apertura a scelta delle regioni. La regolazione degli orari del commercio è molto più che un dettaglio della tutela della concorrenza nel nostro Paese: è un caso paradigmatico di come il decisore politico sceglie e agisce. Ci sono studi che individuano una correlazione tra libertà di orari e aumento dei consumi, ed è agevole anche sostenere, come fanno altre indagini, che la liberalizzazione degli orari ha un impatto positivo sull’occupazione di circa il 7-9 per cento.

Due italiani su tre fanno la spesa di domenica, potendo così scegliere come disporre del proprio tempo: una possibilità non da poco per le famiglie e le donne. In un paese dove il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro è relativamente basso, l’opportunità di conciliare i carichi di lavoro e familiari appare particolarmente importante. D’altro canto, commessi e dipendenti dei negozi e dei centri commerciali non sarebbero gli unici chiamati, a turno, a lavorare nei giorni di festa. Lo fanno non solo i medici e gli addetti ai pubblici servizi, ma anche coloro che, grazie al loro lavoro, consentono ai più di trascorrere la domenica in attività comunemente ritenute ad alto valore culturale. Chi, e sono tanti, crede che i centri commerciali debbano stare chiusi di domenica per consentire ai loro dipendenti di andare al cinema con la propria famiglia dimentica che i teatri non stanno aperti da soli. E, soprattutto, carica sulla libertà degli orari eventuali cattive prassi di violazione di norme molto puntuali e garantiste in tema di turni e riposi, su cui dovrebbero vigilare per primi i sindacati.

Eppure, le domeniche chiuse sono trasversalmente gradite alla politica. Eppure, benché in questi anni ci siamo abituati a scegliere i negozi anche in base agli orari che fanno, benché i negozianti stessi si siano adeguati a calibrare la loro offerta anche per quanto riguarda i tempi e i modi di apertura, benché esista e cresca il commercio elettronico, aperto h24 con tutti i beni immaginabili a disposizione, la pressione per un ritorno alle chiusure festive è alta e costante.

Il motivo sta nel fatto che a lamentarsi delle aperture sono categorie molto specifiche, individuabili e perciò organizzate (i rappresentanti dei piccoli negozianti, i sindacati dei lavoratori e una parte del mondo cattolico) le quali, ancorché non rappresentino l’interesse generale, sono in grado di far sentire le loro voci, magari numericamente minori rispetto alla generalità dei consumatori, ma più alte perché più facilmente organizzabili. Il giorno in cui l’Istat ha certificato che entravamo in recessione tecnica, il disegno di legge per l’obbligo di chiusura domenicale veniva presentato alla Camera. Sembrerebbe solo una coincidenza, se non venisse il sospetto che la cultura del disimpegno e del mite dispotismo (vedi alla voce reddito di cittadinanza) abbia ormai preso piede nelle scelte politiche. La riapertura delle audizioni in Commissione attività produttive, insieme alla dichiarazione della presidente Barbara Saltamartini circa l’esigenza di approfondire le conseguenze della ri-regolazione, potrebbero fugare, almeno per questa volta, tale sospetto.

Da Il Mattino, 15 febbraio 2019

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