Le corporazioni non muoiono mai, dalle gilde medievali ai balneari di Ostia 

L’Italia è ancora oggi uno dei Paesi più restii a liberalizzare i mercati protetti: non è una coincidenza, ma una tradizione

9 Ottobre 2026

Affari e Finanza

Alessandro De Nicola

Argomenti / Economia e Mercato

C’è un filo robusto che lega le gilde dei tessitori di Londra del XII secolo ai titolari di concessioni balneari sulla costa italiana del XXI. A tracciarlo con rigore empirico è stata Sheilagh Ogilvie, storica dell’economia dell’Università di Oxford, nella sua lezione all’Istituto Bruno Leoni del mese scorso: novecento anni di corporazioni europee, analizzati attraverso oltre 17mila osservazioni da un migliaio di fonti primarie e secondarie. Il risultato è un’indagine che demolisce l’idea che le corporazioni sopravvivano perché “ funzionano”. Piuttosto, perché sanno orientare a proprio vantaggio le scelte politiche.

Il meccanismo è antico e semplice. Una corporazione ottiene dal governo il diritto esclusivo di esercitare una’attività. Per difendere quel privilegio, limita l’ingresso nel mercato, restringe la quantità di beni e servizi prodotti, fissa prezzi al di sopra del livello concorrenziale e tiene bassi i costi degli input – in particolare i salari. In cambio, nel corso dei secoli le gilde hanno riversato una quota dei profitti di monopolio al potere politico sotto forma di tributi, prestiti, doni in denaro e favori non monetari: aiuto nella riscossione fiscale, nella leva militare (!), nella regolazione economica. La torta complessiva si riduce, ma politici e operatori protetti ne prendono fette più grandi.

I dati raccolti da Ogilvie lo documentano. I prezzi praticati dalle gilde risultavano del 47, 8% superiori a quelli dei produttori non corporati. La produzione veniva limitata al 45% della capacità tecnicamente realizzabile. Le barriere all’ingresso erano costruite su cittadinanza, parentela, genere (oltre il 99, 5% delle gilde escludeva le donne dalla qualifica di maestro), tasse d’ingresso pari in media a 276 giornate lavorative e altri criteri identitari legati a religione, lingua e colore della pelle.

E l’argomento della qualità? È il preferito di ogni corporazione che si rispetti: «Senza di noi, il consumatore è indifeso». Eppure solo il 39% degli statuti delle gilde italiane tra il 1220 e il 1800 conteneva prescrizioni qualitative. Industrie di grande successo – la lana di Padova, il merletto di Venezia, la seta di Vicenza – prosperavano senza controlli corporativi. I consumatori poveri, dal canto loro, compravano illegalmente prodotti non protetti, semplicemente perché costavano meno. Come scrivevano nel 1673 alcuni artigiani che volevano vendere merce a Leicester: non è la perfezione di poche calze, ma la produzione di molte, che serve al bene pubblico.

Passando ai giorni nostri, si pensi ai balneari italiani, che difendono concessioni demaniali ottenute a canoni irrisori invocando la «tutela del servizio» e la «specificità del territorio». Oppure ai tassisti, che resistono a ogni liberalizzazione agitando lo spettro della sicurezza del passeggero. Gli ordini professionali, poi, mantengono numeri chiusi o tariffe minime o riserve di attività con la giustificazione della «tutela del cliente», esattamente come i tipografi veneziani che nel 1586 chiedevano al governo barriere all’ingresso più alte sostenendo che i libri proibiti venivano «quasi sempre stampati e venduti da persone fuori dalla nostra corporazione».

In tutti questi casi, un gruppo ristretto e ben organizzato ottiene un privilegio legale, ne estrae rendite monopolistiche e ne riversa una quota al sistema politico sotto forma di consenso elettorale, finanziamento, supporto. Chi si oppone al privilegio diventa un bersaglio polemico. I costi della restrizione del mercato sono alti ma diffusi tra milioni di consumatori; i benefici sono concentrati in piccoli gruppi coesi. Come osserva Ogilvie, è uno schema ricorrente: «Produttori radicati sostengono che il mercato o lo Stato stia fallendo e che tutto possa funzionare solo se ottengono privilegi».

La storia dice che le gilde si indebolirono in presenza di sei condizioni: parlamenti capaci di limitare la concessione di privilegi, sistemi legali indipendenti, una base fiscale più ampia, mercati finanziari che permisero allo Stato di finanziarsi senza vendere monopoli, concorrenza tra città e un sistema politico che diede voce anche agli imprenditori estranei alle corporazioni. Storicamente, nei Paesi dove queste condizioni si realizzarono prima – Paesi Bassi, Belgio, Inghilterra – le gilde persero potere e la crescita accelerò. Dove rimasero forti – Germania, Spagna, Portogallo – la crescita fu più lenta. Anche uno studio di Berger e Jensen su 17 Paesi europei tra il 1750 e il 1914 mostra che l’abolizione delle gilde fu seguita da un miglioramento del Pil pro capite rispetto alle altre nazioni.

La correlazione non prova da sola un rapporto causale, come Ogilvie avverte correttamente, perché i fattori della crescita sono molteplici. Mostra però che le corporazioni non sono un fattore di benessere aggiuntivo e che istituzioni inefficienti possono sopravvivere a lungo quando i benefici del privilegio sono concentrati e i suoi costi dispersi. Questa è la lezione di novecento anni di storia. Il fatto che l’Italia – terra di gilde tra le più longeve d’Europa – sia oggi uno dei Paesi più restii a liberalizzare i mercati protetti non è una coincidenza. È una tradizione

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