L’alibi della burocrazia Ue per nascondere le difficoltà del governo

Criticare la burocrazia europea è politicamente efficace, ma spesso diventa un alibi per nascondere limiti e contraddizioni nazionali

28 Maggio 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

All’assemblea annuale di Confindustria, la presidente Meloni ha dedicato la parte più incisiva del suo intervento a criticare l’Unione europea, che dovrebbe fare «meno e meglio» senza mettere «lacci e gabbie che hanno come unica conseguenza quella di soffocare l’iniziativa economica».

È abbastanza evidente che l’Unione europea si sia adagiata sulla propria maestosità burocratica e che questo sia uno dei problemi della competitività aggregata delle economie europee.

È anche comprensibile che prendersela con la burocrazia è una carta vincente se si deve parlare a un consesso di imprenditori, e lo è per fondati motivi. È una narrazione legittima e soprattutto condivisa da entrambi i lati del palco, non a caso ripresa dal presidente di Confindustria Orsini.

C’è però qualcosa che non torna, in questa narrazione. Meloni che se la prende con un governo (quello europeo) che fa troppe cose è la stessa presidente di un governo che l’altro ieri ha chiesto all’Unione di adottare misure immediate sui prezzi dell’energia e estendere le clausole di salvaguardia per le spese energetiche.

Meloni che se la prende con un governo (quello europeo) che soffoca l’economia è la stessa presidente di un governo (quello italiano) che, dopo il via libera europeo alla commercializzazione di prodotti con farina di insetti e alla carne coltivata, ha approvato delle norme che impongono per i primi adempimenti aggiuntivi per venderli nel nostro Paese, per la seconda un divieto. O che ha imposto l’immatricolazione dei monopattini, proposto una tassa sui micropacchi, avviato una regolamentazione contro gli affitti brevi e per disciplinare le recensioni su Tripadvisor.

Solo per fare qualche esempio marginale rispetto all’impressione generale e comune che in questi anni il governo abbia fatto poco o nulla per liberare le energie e consentire un ambiente economico più dinamico. Basterebbe leggere le leggi annuali per la concorrenza imposte dal Pnrr per percepire la mancanza di attenzione politica su questo.

A una lettura superficiale, si può ritenere che questa postura sia tipica dei governi cosiddetti sovranisti, che fondano il loro consenso sulla critica all’Europa ma che poi, governando, dell’Europa hanno bisogno. La contraddizione è invece strutturale. Non da oggi, si usa il vincolo esterno come capro espiatorio per i problemi interni: la causa delle nostre difficoltà economiche sarebbe sia in quello che Bruxelles impone sia in quello che impedisce, a seconda della convenienza.

L’alibi europeo è un grande classico di fronte alle difficoltà dei governi nazionali, che in questo modo esternalizzano i problemi e gli svantaggi della convivenza nell’Unione e ne internalizzano i vantaggi. L’Europa è così, per quel che chiede o per quel che non concede, il facile paravento dietro cui si nascondono all’opinione pubblica l’inerzia o le difficoltà di governo, momentanee o strutturali che siano.

E il vincolo esterno diventa anche un argomento politico, usato per non mettere la faccia in ciò che va fatto e per scaricare altrove la responsabilità di ciò che non trova soluzione interna.

«Ce lo chiede l’Europa» è l’altra faccia della medaglia del «ce lo impone l’Europa». L’esempio più evidente, non a caso, vale per entrambi gli usi: le misure di contenimento della spesa sono possibili grazie alla retorica del vincolo esterno, che consente di addossare la responsabilità a un agente lontano dal radar del consenso. Ma per i sostenitori del debito sono proprio le regole europee di bilancio a impedirci la finanza allegra.

È un atteggiamento politicamente comprensibile. Ma è uno schema che, a dispetto delle apparenze, non avvantaggia la reputazione politica, specie se già usato e specie considerando che l’economia italiana, di cui si parlava all’assemblea di Confindustria, è tra le più lente tra quelle europee che sono, tutte, sottoposte agli stessi lacci.

oggi, 28 Maggio 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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