La terra promessa del pareggio di bilancio

A volte, specie in politica, il modo migliore per non rispettare gli impegni presi è continuare a parlarne e prometterli

11 Aprile 2016

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione Politiche pubbliche

A volte, specie in politica, il modo migliore per non rispettare gli impegni presi è continuare a parlarne e prometterli. È il caso del pareggio di bilancio.

La rubrica della legge costituzionale che dovrebbe averlo inserito si intitola appunto «Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale». Di quel principio, come l’Istituto Bruno Leoni ha fin da subito sottolineato, non vi è traccia nel testo della legge, dove casomai ad essere introdotta è una disciplina di tendenziale “equilibrio” della finanza pubblica, un equilibrio che governo e Parlamento possono “interpretare” con elasticità a proprio vantaggio.

Ma se il principio è rimasto negli articoli di giornale e nei proclami dei parlamentari, senza arrivare nella Costituzione, così pure il tendenziale equilibrio di entrate e uscite dello Stato è rimasto giusto nell’articolo 81 della Costituzione: e si tiene ben alla larga dal bilancio dello Stato.

Avrebbe dovuto dal primo gennaio 2015, secondo quanto pretende la stessa legge costituzionale che lo ha introdotto, ma un doppio rinvio, prima dal 2015 al 2016 e poi dal 2016 al 2017 e infine al 2018, lo ha fatto slittare di due anni.

Nel Documenti di economia e finanza adottato dal Consiglio dei ministri la settimana scorsa, il pareggio, o meglio l’equilibrio, subisce un nuovo slittamento al 2019.

Spendere più di quello che si incassa e avere i conti di bilancio pubblico non in equilibrio è una scelta politica. Si può essere d’accordo o contrari. L’Istituto Bruno Leoni ha mostrato sempre, sul punto, un chiaro disaccordo. Ma lasciamo perdere le nostre opinioni.

Nella “Costituzione più bella del mondo”, oggi, l’impegno all’equilibrio di bilancio c’è. Lasciamo perdere la questione dei patti che legano il nostro Paese ai partner europei. Gli impegni di natura costituzionale dovrebbero – in teoria – vincolare gli stessi governi. A maggior ragione gli impegni presi non una generazione fa: ma appena quattro anni fa.

Al di là del merito politico dei rinvii, una disattenzione così smaccata per gli obblighi costituzionali fa male alle regole del gioco politico,, perché mostra il lato debole e retorico della sovranità popolare che nelle regole costituzionali trova la propria difesa contro l’arbitrio politico, e fa male anche a chi governa, la cui credibilità è sempre più minacciata dai suoi stessi comportamenti.

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