La tassa sulla pipì è peggio che una tassa: è un tributo alla deresponsabilizzazione

Dietro questo ennesimo tributo c’è la presunzione semplicistica che una tassa possa risolvere qualsiasi problema

9 Marzo 2026

Istituto Bruno Leoni

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

La tassa sulle acque reflue – efficacemente ribattezzata “tassa sulla pipì” – è solo l’ultimo di una serie di passi volti a responsabilizzare i produttori di alcuni beni per le conseguenze dei comportamenti dei consumatori. Il balzello, previsto dalla direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane in vigore dal 2025, nasce dall’applicazione, anche al settore farmaceutico, del principio della responsabilità estesa del produttore: in pratica, poiché quando assumiamo un farmaco alcune tracce possono residuare nelle urine, le aziende farmaceutiche dovranno contribuire a coprire almeno l’80% dei relativi costi di depurazione.

Ci sono due problemi in questa misura. Il primo è specifico ed è quello che ha suscitato le proteste dell’industria: la drammatica sottovalutazione dei costi. Le stime più recenti fissano l’asticella attorno ai 10-12 miliardi di euro a livello Ue, contro gli 1,2 miliardi originariamente preventivati dalla valutazione di impatto. In un contesto in cui i produttori non sono liberi di stabilire i prezzi dei loro prodotti – in quanto tali prezzi non discendono dal mercato ma da una negoziazione con le agenzie nazionali del farmaco – ciò si traduce in una sottrazione di risorse a un comparto cruciale, tra l’altro in un momento particolarmente difficile a causa delle nuove norme statunitensi che mettono sotto pressione i prezzi europei. Di fatto, in tal modo si indebolisce la capacità innovativa delle imprese farmaceutiche e si arreca un danno indiretto ai malati.

Il secondo problema è più ampio e riguarda, in generale, la responsabilità estesa del produttore, cioè l’assunzione per cui sia più “efficiente” far pagare al produttore alcuni dei costi legati all’utilizzo dei prodotti. È lo stesso principio per cui alcuni costi (e, in taluni casi, obblighi) relativi allo smaltimento di beni quali i Raee, gli imballaggi e gli pneumatici vengono imposti al produttore. Si presume che questo, da un lato, creerà un incentivo a minimizzare i rifiuti; dall’altro, lo smaltimento ne sarà comunque più facile da finanziare. Nel caso dei farmaci, questo vale fino a un certo punto: che i residui vadano nelle urine non è un difetto ma un obiettivo imposto dai regolatori, i quali giustamente vogliono evitare che i composti si accumulino nell’organismo. Ma, al di là di questo, se la logica è “chi inquina paga”, non è affatto scontato che “l’inquinatore” sia il produttore, come se il consumatore ne fosse un’appendice passiva e priva di volontà. Se acquistiamo un prodotto, è perché riteniamo di averne la necessità per soddisfare un nostro bisogno, sia esso effimero (un telefonino più performante per scattare le foto in vacanza) oppure no (un farmaco per sconfiggere una patologia).

Dietro questo ennesimo tributo c’è la presunzione semplicistica che una tassa possa risolvere qualsiasi problema; ma c’è anche, ed è culturalmente più rilevante, la convinzione che solo soggetti impersonali e di grandi dimensioni (“l’industria”) possano essere degni interlocutori e quindi debbano essere chiamati ad adempiere a obblighi e assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni. 

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