La solidarietà forzata non vale

In Svizzera pagano piuttosto che avere i migranti

4 Maggio 2016

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

È un piccolo comune, quello di Oberwil-Lieli, posto sulle montagne del cantone di Argovia, nella Svizzera settentrionale. In qualunque altra parte del mondo questa minuscola comunità sarebbe del tutto impotente, costretta a subire decisioni prese altrove. Invece nei giorni scorsi tale villaggio di sole duemila anime è assurto agli onori della cronaca perché, con un voto popolare, ha deciso di pagare 270mila franchi invece che ricevere una decina di rifugiati.

In sostanza, lo scorso anno le autorità cantonali di Argovia avevano assegnato a questo comune il compito di ospitare alcune persone. Il sindaco Andreas Glarner, però, dichiarò subito che potevano anche risparmiarsi il viaggio: che preferiva pagare, invece che avere ospiti indesiderati. E il voto popolare, anche se solo con una maggioranza risicata (579 contro 525), ha confermato la sua posizione.

La vicenda può essere letta in vari modi, ma è indubbio che la battaglia che Glarner ha combattuto (e finora ha anche vinto) non sarebbe stata possibile altrove. Diversamente che in Germania, Italia o Francia, nella Confederazione elvetica le realtà locali sono effettivamente il centro della vita civile. Non sempre è facile per Berna o anche per un cantone imporre qualcosa a una comunità locale che intenda affrontare e risolvere diversamente quel problema.

Il diritto ad autogovernarsi in libertà continua, in Svizzera, a restare un principio degno del massimo rispetto. Si può discutere se sia bene oppure no accogliere alcune persone in fuga dalla Siria o da altre parti del pianeta, e si possono avere opinioni diverse (e tutte legittime) su quanto debbano essere aperti o chiusi al mondo esterno un paese o una città. È però sicuro che qualunque decisione, in un senso o nell’altro, risulta assai più accettabile se viene assunta dagli abitanti stessi della comunità, invece che da un potere lontano. Per giunta questi montanari di Oberwil-Lieli sembrano voler dirci, con quel loro voto, che nessuna solidarietà è tale se è forzata: e che nessuna convivenza può svilupparsi in maniera armonica se si basa su una costrizione.

Bisogna anche tenere presente come la Svizzera sia già ora un Paese molto ospitale, dato che nel 2009 ben il 22% degli abitanti della Confederazione erano stranieri. Si tratta di un numero altissimo, se si considera – ad esempio – che in Italia il numero degli stranieri è grosso modo intorno al 5%. Eppure in Svizzera le cose sembrano andare molto meglio che da noi. Perché? La localizzazione del potere fa sì che nella Confederazione vi sia un controllo molto attento sui nuovi arrivati. È sufficiente attraversare in treno la frontiera italo-svizzera per vedere come le autorità italiane siano alla ricerca di capitali in fuga e quelle elvetiche, invece, si concentrino sulle persone. E poi in Svizzera si diventa cittadini dopo un lungo percorso e anche i permessi di soggiorno devono sottostare a condizioni.

Avere fissato regole ben precise ha aiutato lo sviluppo di una convivenza migliore. Dovremmo imparare la lezione.

Da Il Giornale, 4 maggio 2016

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