Intervista a Nicola Rossi
Il sondaggio del Forum Teha di Cernobbio ha promosso il governo Meloni ( 68, 3% di giudizi positivi ) bocciando le opposizioni ( 83% negativi ), ma il dato più netto riguarda le proposte del centrosinistra il cui gradimento crolla dal 13, 8% del 2025 al 6, 8% di quest’anno. Ne abbiamo discusso con Nicola Rossi, economista, consigliere dell’Istituto Bruno Leoni ed ex consigliere economico del governo D’Alema.
Professor Rossi, la stupisce questo scollamento tra il centrosinistra e il mondo dell’impresa?
«Francamente non sono sorpreso, perché la platea di Cernobbio non è la platea di riferimento tradizionale del centrosinistra, ma soprattutto perché, da quanto si intravede finora, mi pare che le linee programmatiche del centrosinistra siano contrarie a qualunque persona abbia a cuore le sorti dell’impresa in Italia».
Sul fronte energetico come ne giudica le posizioni?
«Si vorrebbe tornare indietro sul nucleare, cosa priva di senso comune, mentre è noto qualiostacoli i governi regionali di centrosinistra pongano alle rinnovabili. Non è chiaro come usciremmo dalla situazione attuale con un governo di centrosinistra».
E sul versante fiscale? Tra patrimoniale e progressività?
«Sembrano voler estendere il ruolo dello Stato nell’economia, con una parte fiscale redistributiva e incentrata su ipotesi variegate di patrimoniale che vanno contro ogni idea di crescita del Paese. In quella maggioranza siederebbe il principale responsabile del buco di bilancio creato nel recente passato, e verrebbe abbandonata la prudenza che ci ha risparmiato interessi ben più alti sul debito. Non vedo perché chi vuole un Paese che rischia e che cresce dovrebbe apprezzare un programma ideato per chi pensa che il rischio non debba esistere e che solo lo Stato regga l’economia».
I sondaggi, però, non danno il centrosinistra così indietro. Come si spiega la dicotomia?
«Sono sorpreso, positivamente, dal fatto che un governo di rigore e disciplina non perda consenso rispetto a quello ottenuto alle elezioni. Proveniamo, infatti, da decenni di cultura opposta. Sul fronte opposto, i programmi tendono sempre ad essere vaghi quanto basta perché tutti possano dire di aver lasciato il segno, ma programmi così, una volta al governo, si sfaldano in fretta : è quanto accaduto spesso al centrosinistra, con governi poco duraturi. Il Paese avrebbe invece bisogno di stabilità e credibilità».
Che fine ha fatto il riformismo?
«La mutazione genetica della sinistra italiana risale agli anni Ottanta. Il riformismo degli anni Novanta fu tattico e non divenne mai parte integrante della cultura della sinistra italiana, che non a caso lo rinnega non appena può. Non a caso, il centrosinistra non riesce più a declinare le ragioni della crescita».
Perché la sinistra resta legata al totem della patrimoniale?
«Le radici culturali risalgono a cinquant’anni fa, quando fu varata la più grande riforma fiscale del dopoguerra. Ma oggi le politiche redistributive non si attuano con il fisco. La vera redistribuzione, quella che cambia la vita delle persone, si fa con la spesa pubblica, con l’istruzione e con la sanità. Ma accettarlo, vorrebbe dire ridiscutere l’universalismo caro a sinistra. Mettersi in discussione, ma questo per la sinistra italiana è proprio troppo». In un’ipotetica maggioranza del campo largo siederebbe il principale responsabile del buco di bilancio creato nel recente passato e addio prudenza