La regione autonoma del Sud

Se aggancia la ripresa ci guadagna anche il Nord

26 Marzo 2018

La Stampa

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Per esprimere rabbia e insoddisfazione il Sud ha votato Cinquestelle, il Nord la Lega. Elettoralmente parlando, è la prima volta che l’Italia è così divisa. Nord e Sud di solito votavano nello stesso modo per ragioni opposte. Però le due parti del Paese sono su sentieri divergenti non da oggi: anzi forse è proprio questo il vero dato cruciale della storia italiana.

In Italia il pil pro capite del Sud è la metà di quello del Nord. Con l’eccezione di un breve periodo dopo la seconda guerra mondiale, questo divario non si è mai seriamente ridotto.

Questo nonostante ingenti trasferimenti dalle aree più «ricche» a quelli più «povere». Da anni, questi trasferimenti non avvengono più attraverso iniziative speciali, come la Cassa del Mezzogiorno. Alla questione si allude quando si parla di «residuo fiscale»: la differenza fra quanto lo Stato spende e quanto lo Stato incassa in un certo territorio. La spesa pubblica è sostanzialmente proporzionale al numero dei cittadini residenti: lo Stato offre grosso modo sia al Sud che al Nord lo stesso numero di classi per studenti, di letti ospedalieri per abitanti, eccetera. Al contrario il prelievo fiscale cresce più che proporzionalmente all’aumentare del reddito, anche perché nelle aree più sviluppate c’è meno economia informale.

Per questo il prelievo è sbilanciato a carico del Nord, dove i redditi sono più alti mentre la spesa è sbilanciata verso il Sud, dove è maggiore il numero di abitanti rispetto al reddito prodotto.

Il voto del 4 marzo arriva dopo i due referendum di ottobre, in cui Lombardia e Veneto hanno chiesto più autonomia. Al netto degli spazi per l’attribuzione di maggiori funzioni ai governi regionali a Costituzione vigente, per trasformare l’Italia in un Paese federale servirebbero riforme radicali. Ma nessuno, oggi, vuole mettere mano alla Costituzione.

Che fare, allora? Paradossalmente l’unica possibile soluzione alle ansie del Nord passa dal rilancio del Sud: se fosse più prospero sarebbe meno «dipendente» dai trasferimenti.

Fino ad oggi tutte le politiche «meridionaliste» sono andate nella direzione opposta. Si è pensato che solo i soldi del Nord potessero salvare il Sud. E’ difficile dire che quest’approccio abbia funzionato.

Perché non cambiare radicalmente? Abbiamo l’esperienza di un territorio che era poverissimo e non lo è più, il Veneto, che non si è sviluppato grazie a una qualche «Cassa per il Triveneto» ma perché ha saputo liberare energie imprenditoriali.

Proviamo a imparare da quell’esperienza. Perché non fare del Meridione un’area economica speciale? Una grande zona franca con imposte di favore e soprattutto con un regime regolatorio più leggero del resto del Paese. Il peso dell’iper-regolazione si fa sentire sulle imprese di tutt’Italia. Ma è tanto più opprimente quanto più povera è un’economia. Se le persone hanno meno risorse, non si lanceranno in nuove imprese se il solo provare a farlo implica mille adempimenti e il rischio di costose battaglie legali.

E’ facile immaginare un’obiezione: norme più leggere aiuterebbero la criminalità. Che però non pare soffrire particolarmente l’iper-regolamentazione. Purtroppo le leggi possono stroncare chi vi obbedisce, ma nulla fanno a chi sceglie di non sottostarvi.

Più crescita al Sud dovrebbe essere una priorità anche per il Nord: è l’unico modo di ridurre il peso sulle spalle della locomotiva del Paese.

Certamente, un regime di favore per il Meridione richiederebbe una battaglia in sede europea. I nostri leader politici, da Renzi a Di Maio e Salvini, sono sempre pronti a dichiarare guerra a Bruxelles. Fino ad ora l’obiettivo era tornare a fare deficit. Il che, nel migliore dei casi, potrebbe produrre qualche beneficio nel breve periodo. Se vogliono «battere i pugni sul tavolo», meglio sarebbe farlo per risolvere il più grande problema del Paese.

da La Stampa, 24 Marzo 2018

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