«La prudenza di Meloni e Giorgetti è un merito, non un limite». Alberto Mingardi, ordinario di Storia delle dottrine politiche alla Luiss, difende la manovra e boccia le politiche industriali basate sui sussidi. Ma avverte: «Il Pnrr è stato un’occasione sprecata e, per tornare a crescere, l’Italia deve puntare su concorrenza, innovazione e meno vincoli».
Professore, siamo di fronte a una manovra timida. Siamo in campagna elettorale. Quali sono i punti deboli?
«Tutti si aspettavano che la prudenza di Meloni e Giorgetti negli anni scorsi fosse strumentale, e che avrebbero aperto i cordoni della borsa l’anno prima delle elezioni. Invece non si sono fatti dettare la legge di bilancio dal ciclo politico e sono riusciti, in buona sostanza, a resistere alle pressioni. È un pregio non da poco».
Manca una politica industriale, però. Confindustria aveva chiesto degli interventi a fronte della crisi energetica. Perché questo “braccino corto” sul manifatturiero?
«Anche in questo caso, mi sentirei di fare i complimenti al ministro dell’Economia. È molto difficile resistere alle sirene dei gruppi d’interesse. Gli imprenditori fanno parte dell’elettorato di riferimento della destra. Ma la politica industriale è di solito peggio che inutile, dannosa, perché i governi non sanno e non possono immaginare il futuro delle condizioni di mercato. I problemi dell’automotive in Europa non sono l’esito dell’assenza di politica industriale. Sono frutto di una politica industriale, che ha messo sul piatto incentivi e sussidi a favore di una transizione tecnologica diretta dall’alto. L’industria non si è opposta a questa tendenza, anzi ha pensato che ci fosse formaggio in abbondanza per i topi. Non aveva considerato che altri, da un’altra parte del mondo, fossero più bravi a sfruttare l’occasione».
In questi anni l’Italia è rimasta a galla grazie al Pnrr. Ora questo però è finito. Abbiamo perso un paracadute, senza nel frattempo imparare a volare?
«Credo che un merito di Giorgia Meloni sia stato mettere la sordina alla retorica miracolistica, per cui grazie al Pnrr tutti i problemi del Paese fossero risolti. Il rimbalzo post-pandemico non può essere attribuito al Piano. L’accelerazione della spesa viene dopo, non prima del rimbalzo post-Covid. L’Italia ha avuto il programma più grande d’Europa, 194,4 miliardi, circa un quarto delle risorse assegnate dal dispositivo europeo, e negli anni in cui la spesa del Piano ha accelerato è cresciuta meno della media europea. Ovviamente quei quattrini qualche effetto l’hanno prodotto. Ma è stato assai più contenuto delle stime. Questo perché era sbagliato il punto di partenza, l’idea cioè che per smuovere la crescita italiana servisse più spesa pubblica. Se bastassero i denari dei contribuenti per crescere, con una spesa di circa metà del prodotto, seconda fra i Paesi di grandi dimensioni, solo a quella francese, dovremmo crescere che è una meraviglia. Invece no. Non cresciamo. Il Pnrr è stato anche un’occasione sprecata. Doveva prefigurare uno scambio: risorse per riforme. Le cose sono andate altrimenti. Abbiamo tirato fuori in fretta e furia progetti di spesa dai cassetti dei ministeri, dove magari stavano prendendo polvere per qualche ragione, e le riforme le abbiamo considerate ritocchi cosmetici. Questa è una situazione che Meloni ha ereditato. Il suo merito è stato quello di togliere agli italiani l’illusione che per risollevarsi bastasse la bacchetta magica europea».
Quali dovrebbero essere le misure concrete per dare all’economia italiana uno sprone per crescere?
«L’Italia ha una demografia che, ovviamente, condiziona il tasso di crescita potenziale. In questo, la mentalità prevalente sull’immigrazione non aiuta e il governo non aiuta soffiando sul fuoco. Per crescere servono giovani e idee innovative. Siccome non possiamo fabbricare i primi, dovremmo essere un po’ meno ostili alle seconde. Questo significa ovviamente sciogliere i lacci e lacciuoli corporativi, aprendo professioni e linee di produzione. Il fenomeno è pervasivo perché le protezioni e gli interventi pubblici sono figli di una pesante stratificazione. Le faccio un esempio banale. È splendido che finalmente anche da noi si possano personalizzare le targhe delle automobili, ma perché persino la produzione delle targhe dev’essere un monopolio pubblico? Non è così né in Francia né in Germania. C’è un problema di atteggiamento complessivo, che è proprio del centrodestra come del centrosinistra. Ogni volta che nasce qualcosa di nuovo, la risposta in Italia è sempre: no. La sinistra diceva no agli Ogm, la destra alla carne coltivata. Nel nostro Paese un cinquantenne o sessantenne che perde il lavoro non può sognarsi di provare a sbarcare il lunario dando passaggi a pagamento con Uber, come avviene altrove. L’atteggiamento prevalente verso l’intelligenza artificiale è di chiusura, anziché pensare a come usarla per riguadagnare produttività. Il problema è culturale. Ed è legato alla demografia. Siamo un Paese di vecchi. Ma se non smettiamo di pensarci come tali, non riusciremo mai a sfuggire al declino».