La nuova via per la destra liberale

Può esistere oggi una destra liberale attenta ai temi economici e interlocutore privilegiato dei ceti produttivi?

21 Gennaio 2019

La Stampa

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Mentre in Italia Silvio Berlusconi riscende in campo per le europee, a Madrid il leader 37enne del Partito popolare, Pablo Casado, ha serrato la presa sul partito con un convegno di tre giorni che è stato descritto come un «riarmo ideologico». Facce e storie diverse, che si confrontano con lo stesso problema: può esistere, nell’Europa di oggi, una destra liberale, attenta ai temi economici, interlocutore privilegiato dei ceti produttivi?
Casado vuol essere «liberale in economia, conservatore sulle questioni territoriali e cristianodemocratico nei valori». Nella destra spagnola, il tema dell’unità del Paese è diventato ossessionante, quando sembrava che i secessionisti catalani facessero sul serio. Mariano Rajoy aveva abilmente sfruttato l’ondata nazionalista per rammendare i propri consensi. Dopo le sue dimissioni, causate dagli scandali di cui è rimasta vittima parte della dirigenza del partito, il nazionalismo ha trovato un più autorevole portavoce in Vox, che con toni quasi salviniani veleggia fra il 10 e il 15%.
Casado ha vinto le primarie imponendosi sulle due zarine Soraya Saenz de Santamaría e Maria Dolores de Cospedal. Serenità nel giudizio su trent’anni di storia e un’agenda chiara sono stati l’obiettivo della convention che si chiude oggi e che serve a definire i contorni ideologici della sua leadership. «Niño bueno» dalla faccia pulita, la reputazione di Casado è stata incrinata da alcune scaramucce su un master (problema comune in Spagna: il socialista Sanchez è accusato di aver copiato la tesi dottorale).
Chi gli è vicino, però, dovendo indicare una virtù del giovane capo indica proprio la serietà con cui ragiona su idee e proposte. A Casado la parola «Occidente» piace. Le «istituzioni politiche occidentali» sono «eredità e strumento della nostra civiltà».
L’economista svedese Johan Norberg ha spiegato alla platea le ragioni per cui guardare al futuro con ottimismo, forti dei successi del passato: mai la mortalità infantile è stata tanto bassa, mai l’aspettativa di vita così elevata, e mai siamo stati così vicini a debellare la povertà estrema.
Il progresso è l’esito della società aperta, come ha ricordato anche lo scrittore Mario Vargas Llosa. Intervenendo dopo Antonio Tajani, José Maria Aznar ha insistito sulla collocazione europeista del partito. Se la difesa della Costituzione spagnola chiude la porta alle istanze catalane, riafferma anche il valore delle autonomie, attaccato dai centristi di Vox. In politica estera, l’impronta è quella di Aznar di un partito fortemente filo-atlantico, curioso del mondo anglosassone, proiettato verso le vicende latinoamericane.
Se i populisti di sinistra di Podemos guardano con simpatia al regime di Chavez e Maduro, per il Pp il disastro economico del Venezuela testimonia quel che accade se si abbandona la strada della stabilità monetaria, del rigore della finanza pubblica, dell’economia di mercato.
Casado ha recentemente accusato il governo socialista di non rispettare la legge sul pareggio di bilancio. La conferenza ha prestato molta attenzione alla sicurezza, al contrasto al terrorismo, ma anche al dissesto dell’istruzione pubblica e sulla necessità di riformare lo Stato sociale «rimettendo al centro la persona e non il collettivo».
«Populismo, radicalismo e nazionalismo» oggi appaiono ovunque in vantaggio su quanti hanno a cuore la libertà dei moderni. Per la verità, in molti Paesi l’opzione liberale è semplicemente scomparsa dal menù. Può diventare il cuore del programma di un partito di massa? Sembra una sfida contro lo spirito del tempo.
In un’epoca che consuma leader a gran velocità, staccare twitter e riunirsi per parlare del mondo, come si faceva una volta, è una strategia eccentrica. Ma non necessariamente perdente.

Da La Stampa, 20 gennaio 2019

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