Mai come oggi le teorie dello psichiatra Szasz sono attuali: chi devia dallo “spartito ufficiale”, agli occhi della politica, deve essere curato. Vale per la “famiglia nel bosco” come per chi si opponeva alla stretta sanitaria con il Covid.
«C’è una nuova malattia mentale in Unione Sovietica: l’opposizione». Questa frase del dissidente russo Vladimir Bukovsky descrive alla perfezione la subdola patologizzazione del dissenso che ha caratterizzato il regime comunista, ed è fin troppo facile oggi trovarla efficace. Anche se fatichiamo molto ad ammettere che le parole dell’autore di Il vento va e poi ritorna siano estremamente attuali, e perfettamente adattabili alla nostra società che si vuole libera e tollerante. La patologizzazione del dissenso, cioè la sua trasformazione in malattia da curare tramite apposito apparato repressivo, è da parecchio tempo la regola, e sono numerosi i casi di attualità che lo dimostrano.
Non c’è bisogno di scomodare quanto avvenuto durante l’epoca del Covid: basti osservare ciò che accade alla cosiddetta “famiglia nel bosco”, a cui sono stati tolti i figli dalle autorità statali a fini rieducativi: chi non si allinea, va piegato con le buone o con le cattive. I tratti di tale terribile deriva (anche) occidentale li aveva già colti, molti anni fa, un pensatore originalissimo e straordinario, che in Italia è stato poco letto e molto frainteso. Parliamo di Thomas Szasz (1920-2012), intellettuale di origini ungheresi di cui ora meritoriamente Rubbettino ripubblica Fede nella libertà. Principi libertari e pratiche psichiatriche, il suo libro forse più politico, uno di quelli che ci parlano di più, corredato da una bella prefazione di Roberto Festa. Quest’ultimo è autore di un fondamentale saggio (Thomas Szasz, Ibl libri), l’unico testo disponibile da queste parti che illustri la vita e il pensiero dell’autore ungherese.
«Szasz si è occupato molto anche di problemi relativi alla psichiatria sovietica», dice Festa a Panorama partendo proprio dalle parole di Bukovsky sul dissenso che deve essere “curato”. «Ma aveva questa chiave: non lanciamo pietre troppo grosse su quello che fanno i sovietici con i loro matti, perché cominciamo a farlo anche noi, anche noi in Occidente. Questo vizio di patologizzare non solo l’opposizione ma pure le differenze di idee è cominciato da Freud, che era terribile da questo punto di vista. Appena aveva un dissenso con qualche suo allievo o collega, immediatamente denunciava le posizioni di questo come frutto di repressione sessuale infantile. Questo giochetto di non affrontare gli argomenti di chi dissente da te, ma di cercare di spiegare perché sostiene certe posizioni è nato con Marx. Se non eri d’accordo con lui, eri un borghese, era la tua ideologia borghese che ti aveva fregato. Con Freud diventava la tua infanzia sfigata. In ogni caso, se qualcuno non è d’accordo con te, c’è qualcosa di malato in lui, qualcosa di ripugnante che va tolto. Questa però è anche la posizione dei cosiddetti filosofi postmoderni. Da Nietzsche a Foucault: non conta quello che dici, ma perché lo dici, a favore di chi».
Szasz contestava pesantemente questo approccio, anche se per un lungo periodo fu confuso proprio con i postmoderni. Le sue opere furono portate in Italia da Feltrinelli, sull’onda del successo della cosiddetta antipsichiatria. Szasz, conservatore di certo non amante dei comunisti, veniva adottato proprio dall’editore comunista.
«È diventato famoso negli anni Sessanta, in modo immediato, in tutto il mondo occidentale», dice Festa. «La sua fama esplose con il primo libro, dal titolo molto iconico, Il mito della malattia mentale: allora si demitizzava tutto, quindi mettevi rivoluzione, mito, struttura in un titolo di libro già eri a buon punto per la fama. Era lo spirito dei tempi, e quello spirito che favorì il successo di Szasz, ne favorì anche un totale fraintendimento. Infatti venne messo assieme agli antipsichiatri come Basaglia, Laing, Cooper e a un personaggio del tutto lontano da lui, Michel Foucault. Uscirono quattro libri di Foucault, Szasz, Laing e Cooper e diventarono il verbo antipsichiatrico. Feltrinelli in effetti ebbe una responsabilità sia nella fama italiana di Szasz sia nel suo fraintendimento. La tecnica di Feltrinelli era micidiale. Se c’era un libro che la gente di sinistra doveva conoscere, e però non era riconducibile all’ottica marxista, presentava sempre una lunga prefazione di uno psichiatra marxista, dove si spiegavano il valore e i limiti del testo. L’equivoco è durato a lungo. Quando è cessato, perché tutti si sono accorti che il modo di criticare la psichiatria di Szasz era molto diverso da quello degli antipsichiatri, cessarono anche le traduzioni di Szasz in Italia e il personaggio fu in gran parte dimenticato».
A differenziare Szasz dagli altri autori di cui sopra era prima di tutto la biografia. «Era un ragazzo ungherese, di una generazione che alla fine degli anni Trenta scappò dall’Ungheria, dove era una minoranza assoluta, perché era ebreo di origine, parlava tedesco, e quindi era inviso sia ai nazionalisti ungheresi, sia poi ai nazisti e anche ai comunisti quando arrivarono nel Paese. Nel 1938 la famiglia Szasz si trasferì negli Stati Uniti», racconta Festa, «aveva capito che il vento stava diventando orribile. Szasz si innamorò della libertà americana, ma alla fine degli anni Trenta anche in America arrivò la ventata statalista proveniente dall’Europa. Szasz restò molto deluso dall’andamento della politica americana, e qui si colloca l’inizio della sua attività in campo medico e psichiatrico. Anche negli Usa c’era un certo grado di antisemitismo, Szasz inizialmente non riuscì a entrare a medicina, perché c’erano delle quote molto ristrette, ma era un ragazzo di enorme intelligenza. In un anno imparò l’inglese quasi alla perfezione, si iscrisse a fisica dove si laureò in due o tre anni e poi a medicina e di nuovo si laureò in un tempo molto breve, dopodiché divenne psichiatra e psicoanalista. Restò nei ranghi per tutti gli anni Cinquanta, pubblicando testi tecnici che riscossero grande consenso, soprattutto sul rapporto tra psichiatria e diritto. Lì si conquistò una fama tra gli specialisti, prima ancora di diventare universalmente noto. Le sue posizioni sul rapporto tra psichiatria e diritto sono ancora oggi piuttosto discusse tra gli esperti».
Ma a colpire le masse furono appunto le critiche di Szasz al sistema psichiatrico e soprattutto alla deriva psichiatrica della politica. «Fece una dura polemica contro la difesa per infermità mentale che prendeva piede negli Stati Uniti e adesso è dilagata dappertutto», spiega Festa. «Lui era contrario, pensava che anche i matti fossero liberi di decidere e se commettevano crimini il loro posto era la galera e non il manicomio. Vedeva un mostro politico in quello che definiva l’”empio matrimonio tra il diritto e la psichiatria”, il vizio di mettere in galera i pazzi innocenti e di lasciare fuori per infermità mentale i pazzi criminali. Queste due forme dell’alleanza tra diritto e psichiatria sono ancora molto presenti nell’Occidente».
Ed è esattamente qui che deflagra l’attualità dello psichiatra. La reductio a malato del nemico e della differenza oggi sono la norma, e lo dimostra appunto il fatto che trattiamo la famiglia nel bosco come se fosse Unabomber, ma non solo. Szasz colse con incredibile puntualità l’emergere di un nuovo sistema, che lui — libertario ma non anarchico — chiamava Farmacrazia (titolo di un suo saggio pubblicato anni fa da Spirali).
«Il termine fu inventato da lui, credo, assieme a Stato terapeutico e amedicalizzazione della vita quotidiana», dice Festa. «Queste tre espressioni mostrano che non era solo un critico della psichiatria, ma in generale della medicina. Sosteneva che non esistessero le malattie mentali, anche se ovviamente esistono quelle che noi chiamiamo persone disturbate e disturbanti. Anche in campo medico inventiamo sempre nuove malattie, al limite tra il corpo e l’anima. Prendiamo per esempio i bambini iperattivi, quelli che soffrono di Adhd e vengono trattati con il Ritalin, quella è una malattia? Oppure: essere grassi è una malattia? No, a talune persone piace molto mangiare, mangiare e bere, io stesso sono diventato obeso negli ultimi anni, certo so come si fa a dimagrire, l’ho già fatto, ma tutto sommato ci sono usanze a cui non voglio rinunciare. Le cattive abitudini non possono diventare malattie e se invece lo diventano, il loro status si ingigantisce e l’apparato medico diventa soprattutto un apparato di certificazione».
La certificazione è in qualche modo la cifra della modernità, la lettera scarlatta che si applica al deviante, che viene “marchiato” e poi curato con la rieducazione.
Szasz lo aveva compreso, ma l’Occidente non ha compreso lui.