La lezione olimpica: investimenti sempre più alti dei ricavi

Eccezione degna di nota è il caso di Los Angeles nel 1984, edizione finanziata fino all'ultimo centesimo da investitori privati

16 Dicembre 2014

La Stampa

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Quanto conviene farsi avanti per la organizzazione di una olimpiade? Dove pende la bilancia dei costi e dei benefici? Cosa racconta l’esperienza? È in grado un Paese come l’Italia di farsi carico di un simile evento? Dopo la decisione di Renzi di cambiare verso rispetto a quanto fece appena due anni fa Monti, la domanda merita risposta. Il problema se lo poneva già nel 1911 il Barone de Coubertin: occorre evitare «le spese esagerate, parte delle quali dovuta alla costruzione di edifici peraltro inutili…». A ottobre 2012, a torcia spenta, il governo di Sua Maestà rivendicò il successo della manifestazione di Londra: 8,9 miliardi di euro, 377 milioni in meno di quanto inizialmente preventivato. Quel che Robertson non aggiunse era che nel 2005, quando la Gran Bretagna vinse l’assegnazione dei giochi, la stima era inferiore ad un terzo: 2,37 miliardi di sterline. Secondo uno studio di Bent Flyvbjerg e Allison Stewart della Università di Oxford, lo scarto fu del 101 per cento, più dell’86 per cento di Torino, niente rispetto al buco provocato dalla organizzazione di Atlanta 147 per cento di maggiori costi o di Barcellona, dove gli stessi costi sono lievitati del 417 per cento.

2012, impatto positivo
Sempre nel 2005 Pricewaterhousecoopers stimò l’impatto positivo dei giochi in 8,3 miliardi di sterline, circa lo 0,1 per cento dei Pil. La statistica ufficiale sull’andamento del prodotto interno lordo nel terzo trimestre del 2012 raccontò una verità diversa: il balzo fu dell’1,1 per cento. Non solo: secondo alcuni economisti non è nemmeno corretto valutare l’impatto di una olimpiade sull’economia di tutto il Paese.
Non è un caso se lo studio del 2005 di Pricewaterhouse spiegava che l’impatto positivo dei giochi sul Pil sarebbe stato concentrato a Londra (5,9 miliardi), nella zona in cui si sarebbero costruite più infrastrutture l’East End e solo per 1,9 miliardi lel resto della Gran Bretagna. Con un eccesso di sincerità, il sindaco Ken Livingstone ammise di aver deciso di candidare Londra solo per convincere il governo a stanziare fondi per il risanamento di una delle zone più depresse della città, e che nel frattempo, grazie a quegli investimenti, ha cambiato volto.

Fenomeno Barcellona
La storia delle olimpiadi raccon: fa una verità incontestabile: gli investimenti necessari alla organizzazione sono sempre molto più alti dei ricavi che se ne ottengono. Calcolare i vantaggi è però complesso: i giochi di Barcellona costarono sì tantissimo, il beneficio che ne trasse la città è tuttora altrettanto innegabile. C’è poi una eccezione che conferma la regola ma dimostra la possibilità di fare delle olimpiadi un grande business, ed è il caso di Los Angeles nel 1984. «Quell’edizione racconta Massimiliano Trovato dell’Istituto Bruno Leoni fu finanziata fino all’ultimo centesimo da investitori privati e si concluse con un attivo di 250 milioni di dollari». Il successo fu costruito da un manager della lega pro di baseball, Peter Ueberroth, e gli valse il titolo di uomo dell’anno sulla rivista Time. Ueberroth fece essenzialmente tre cose: evitò la costruzione di stadi inutili, utilizzando al meglio quelli che già c’erano. Trattò duramente la cessione dei diritti televisivi alla Abc, che vendette per 225 milioni di dollari (basti dire che otto anni prima, a Montreal, gli stessi diritti erano stati venduti per meno di un decimo). Infine spinse al massimo perché i soldi arrivassero tutti dagli sponsor. Per un Paese ad alto debito come l’Italia una esperienza da studiare e imitare.

Da La Stampa, 16 dicembre 2014

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