La lezione dimenticata delle liberalizzazioni

L’operazione Tim-Poste riapre il tema del ruolo dello Stato nell'economia e mette in discussione le liberalizzazioni degli anni ’90

7 Aprile 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Economia e Mercato

Sembrano guadagnarci tutti dall’iniziativa di Poste di acquisire definitivamente Tim: quest’ultima si avvantaggia del premio riconosciuto dall’offerta di scambio e può vedere una via di uscita all’indebitamento accumulato; Poste Italiane rileva un’azienda che le consente una piena integrazione dei servizi di telecomunicazione e che è primo azionista del Polo strategico nazionale; lo Stato torna indirettamente proprietario dello storico operatore di telefonia. Dal punto di vista strategico, abbinare i due mercati ha un senso nella retorica dei campioni nazionali: unire la capillarità, la logistica e i prodotti fin-tech con rete telefonica, infrastrutture cloud e data center vuol dire provare a creare un unico fornitore di servizi garantiti dal punto di vista della cosiddetta sicurezza nazionale e sovranità digitale. Ma c’è un ma. L’acquisizione della maggioranza delle azioni di Tim non è solo una operazione di mercato. È anche, per la natura di Poste, un’operazione pubblica. Poste è una società controllata dal Mef, che detiene la maggioranza delle azioni direttamente e tramite Cdp; la sua governance è nominata dal governo; la società eredita ancora una condizione di prerogative anche sulle attività di mercato, dovuta al fatto di svolgere un servizio pubblico con la consegna postale.

La notizia dell’Opas è passata piuttosto sotto traccia la settimana scorsa, vuoi perché oscurata dal referendum vuoi per le tecnicità che la caratterizzano. Tuttavia, il ruolo dello Stato in Poste la rende una notizia non solo per le pagine economiche, ma anche per quelle politiche. Poste non è un ente pubblico economico come si usava in passato, certo. È anzi una società quotata in Borsa, al centro di un sistema ramificato di controllate e collegate. È una società efficiente grazie anche alla competenza con cui i suoi amministratori l’hanno trasformata e rilanciata, negli anni in cui le lettere hanno smesso di essere spedite. Ma occorre guardare alla notizia non solo nei suoi aspetti tecnici. I suoi organi di amministrazione sono nominati dal governo, la sua proprietà è in maggioranza in mano al governo. Occorre essere consapevoli che, se questa operazione dovesse andare a buon fine e superare i controlli antitrust, si torna da dove si era partiti. A rendere ancora più verosimile il reingresso dello Stato, c’è la contestuale opzione di acquisto del 49% del capitale di PagoPA da parte di Poste, mentre il 51 è stato già acquistato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, il cui unico azionista è il Mef.

Non è, tuttavia, solo una questione di controllo pubblico. È anche una questione di vantaggio competitivo di cui Poste continua a beneficiare grazie a una capillarità e una leva distributiva garantite per legge sul territorio nazionale, che gli consentono di raggiungere i suoi clienti come nessun altro operatore commerciale può. Non solo per consegnare la posta, ma anche per offrire i propri prodotti finanziari, commerciali, telefonici e assicurativi, estranei al servizio postale. Nessuno nega le difficoltà di gestione di Telecom e poi Tim, ma nessuno può altresì negare che il settore tlc è stato uno dei più grandi successi delle liberalizzazioni e privatizzazioni degli anni 90.

È grazie alla concorrenza che si è potuta intercettare quell’innovazione tecnologica che ci consente oggi di non limitarci a fare uno squillo per dire a qualcuno che lo stiamo pensando, come facevamo quando mandare anche solo un messaggio era troppo costoso. La sottrazione del settore telefonico al monopolio pubblico e, quindi, alla politica, di cui dobbiamo ringraziare l’Europa quando pensava più al mercato unico che al debito unico, ha consentito di cogliere rapidamente le opportunità del progresso tecnologico e di offrire, all’interno dell’Ue, le migliori condizioni di mercato. Per le aziende non è stato un pranzo di gala, ma pensare che la privatizzazione e liberalizzazione siano state una storia fallimentare da correggere sembra sbagliato. Come sembra improprio liquidare l’operazione Tim/Poste come un affare solo di mercato.

oggi, 7 Aprile 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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