La lezione di Brandizzo

Perché non possiamo nasconderci che è stato soprattutto un errore umano

8 Settembre 2023

La Repubblica

Franco Debenedetti

Presidente, Fondazione IBL

Argomenti / Economia e Mercato

Le morti sul lavoro hanno sempre in sé qualcosa di raccapricciante. Intanto per le circostanze tremende in cui sovente hanno luogo. Poi per la contraddizione tra l’esito funesto (perder la vita) e lo scopo che con il lavoro si vuole raggiungere (guadagnarsi da vivere). Infine perché, a differenza di quelle per malattie incurabili o per eventi naturali, queste morti non sono inevitabili . Ci ripugna “che la morte sul lavoro [sia] un’eventualità a cui nessuno può sfuggire” come scrive Maurizio Molinari su Repubblica: con 3 morti al giorno fra chi lavora, la “morte sul lavoro” diventa “la morte del lavoro”. Fino a smarrire, come scrive Ezio Mauro, “l’identità della cultura sociale europea, costruita nell’alleanza tra impiego, capitale, welfare e democrazia”. In questo senso ogni morte sul lavoro è un lutto per il paese . Per l’importanza dei valori che il disastro di Brandizzo mette in gioco, è necessario fare quel che si può di chiarezza sulle circostanze che hanno portato a questo disastro.

Si chiama “segnalamento ferroviario” il complesso sistema elettrico e meccanico che consente ai treni di viaggiare sui binari in condizioni di sicurezza. Ne conosco qualcosa essendo stato per una ventina d’anni presidente di Sasib, una delle tre aziende italiane che forniscono questi sistemi alle ferrovie. Il loro perfezionamento consente di aumentare la frequenza, cioè il numero di convogli che possono circolare in sicurezza. E’ anche per la necessità di impiegare sistemi di segnalamento completamente nuovi, che i treni ad alta velocità viaggiano su apposite linee dedicate. Del tutto diverso è il “segnalamento di lavori”: questi si svolgono in tempi e luoghi variabili, e non è quindi possibile impiegare i segnali fissi sistemati lungo la linea per il “segnalamento ferroviario” propriamente detto. E’ quindi evidente che la segnalazione dei lavori in corso richiede sempre l’intervento umano, con segnali manuali, controfirmati dal personale addetto. Brandizzo è dunque diverso da Andria e Corato, dove l’installazione di un sistema automatico di rivelazione dei treni avrebbe impedito, con un costo modesto, lo scontro frontale tra due convogli, in cui morirono oltre 20 persone.

E’ anche diverso da Viareggio, dove forse, come è stato sostenuto, una manutenzione più accurata degli assali avrebbe forse impedito il deragliamento e il conseguente incendio.

Ed è anche debole la tesi secondo cui la mancata osservanza della procedura che richiede, per poter iniziare i lavori, che il rappresentante delle ferrovie segnali al responsabile dei lavori che la linea è e sarà libera, di tutto avendo conferma scritta, sarebbe da ascrivere a inadeguata istruzione del personale delle imprese a cui era stato appaltato il lavoro. Sono probabilmente molte le concause che hanno prodotto quello che, per quanto se ne sa finora, ha tutta l’aria di essere un errore umano. Ed è sicuramente possibile, e quindi stringentemente doveroso, aggiornarla e adottarne una nuova che renda impossibile il verificarsi di ciò che è successo a Brandizzo. Naturalmente avendo individuato le responsabilità dei singoli.

Se queste ipotesi sono esatte, ferme restando le mie considerazioni sull’atrocità specifica delle morti sul lavoro, e sulla necessità di potenziare le misure per evitarle, c’è però da chiedersi se non si vada fuori bersaglio ascrivendo i morti di Brandizzo alla generale smaterializzazione del lavoro, al cambiamento delle gerarchie che ha svalutato il lavoro materiale. E’ ciò che sostiene Ezio Mauro: sarebbero ancora una volta rete e algoritmi ad avere svalutato quella “sapienza manuale che trasformava il lavoro da obbligazione necessaria in orgoglio, crescita, realizzazione di sé” con la conseguenza che, insieme alla gerarchia, “saltano inevitabilmente le procedure di sicurezza o almeno si comprimono”. Ho vissuto e personalmente introdotto nelle aziende in cui ho lavorato per 35 anni, la prima automazione, quella elettro-pneumatica; poi ho lavorato con quella elettronica; all’interazione con il digitale; e cerco di non perdermi l’intelligenza artificiale. Ho visto le conseguenze di tutto ciò sulle “gerarchie” del lavoro, di quello manuale che “faceva i baffi alle mosche”, di cui parla Ezio Mauro, e di quello intellettuale. Sono stati cambiamenti giganteschi, aziendali e personali, ma veramente non riesco a vederne la relazione con i morti di Brandizzo. Ancor più se a farli morire è stata l’inosservanza di una procedura manuale, in vigore da decenni, applicata probabilmente milioni di volte.

E neppure riesco, come invece appare a Maurizio Molinari, a vedere in quella tragedia il manifestarsi di una aggressione ai diritti: da iscrivere insieme alla violenza di gruppo di Caivano, e al razzismo contro immigrati e stranieri che alle Vallette di Torino ha dimostrato un insospettato grado di organizzazione. La sciagura di Brandizzo si è verificata nell’arca di responsabilità di una grandissima azienda statale, super- controllata, un monopolio sottratto alle, leggi bronzee della concorrenza. A meno che aggressione sia “l’indifferenza generale che fa percepire alle famiglie delle vittime di essere immerse in una feroce solitudine”. Se così fosse, valgano queste riflessioni a renderla meno feroce.

da La Repubblica, 6 settembre 2023

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