La Lega che fa il pieno al Sud ora rischia sull'autonomia

Ma un Carroccio meridionalista rischia di perdere voti al Nord

12 Febbraio 2019

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Matteo Salvini è ormai il dominus della politica italiana. In tutti i sondaggi il suo gradimento al Nord è alle stelle e, come s’è visto domenica, sta acquisendo consensi crescenti anche nel resto del Paese.

Quando la Lega supera il 20% dei voti in Abruzzo, è chiaro che abbiamo dinanzi una forza compiutamente nazionale: anzi, ormai la Lega incarna una destra italiana di taglio lepenista che è in grado di vincere dalle Alpi a Lampedusa, dal Trentino alla Sicilia. Eppure lo scenario potrebbe cambiare.

Con il passare dei giorni l’elettorato del Nord che continua a essere il principale bacino elettorale di Salvini sta comprendendo che la Lega non è più il partito territoriale inventato da Umberto Bossi, ma invece una realtà che un po’ alla volta ha cambiato natura. Bisogna però chiedersi quanto nei prossimi mesi gli elettori veneti e lombardi apprezzeranno una Lega ormai molto romana e meridionalizzata, che infatti non ha avuto difficoltà ad accettare il reddito di cittadinanza pur di far passare la riforma della Fornero (e che ha pure accantonato senza problemi il progetto della flat tax).

Per giunta oggi si deve far fronte a una crisi economica che è già recessione e che ci obbliga perfino a temere ogni sorta di patrimoniale. In questa fase sarebbero necessarie soluzioni coraggiose, anche dure, coerentemente liberali, che sappiano tagliare la spesa e si schierino a favore delle partite Iva. Ma come può la Lega interpretare tutto questo quando ormai deve coltivare un elettorato, quello del Sud, che chiede soprattutto protezione e sussidi?

In questo senso una partita decisiva sarà quella dell’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia, che in tutti questi mesi è sempre stata fatta slittare e che nelle prossime settimane rischia di essere nuovamente rimandata a data da destinarsi, dato che tra Lega e M5s non c’è consenso neppure su tale punto. Per di più, ormai è chiaro che se si arriverà a una soluzione, con ogni probabilità sarà di basso profilo. In campagna elettorale si era promesso al Veneto un’autonomia sul modello trentino, ma oggi tutti sanno che non si giungerà in nessun modo a questo risultato. Nella presente fase politica la fortuna di Salvini è che nessuno occupa lo spazio che in passato fu della Lega. È però abbastanza chiaro che da quando i leghisti hanno smesso di giocare a tutela dei diritti e degli interessi della società settentrionale, si è aperto un ampio spazio per nuovi attori. Pochi l’hanno notato, ma alle ultime elezioni friulane una forza prettamente locale come il «Patto per l’autonomia» ha raggiunto l’8% dei voti anche senza presentarsi in tutta la regione.

La nuova Lega nazionalista e italiana potrebbe quindi suscitare l’emergere di competitori, soprattutto in Veneto, che rilancino le vecchie parole d’ordine. Oltre a ciò, c’è da domandarsi se il blocco economico e sociale della parte più produttiva dell’Italia accetterà di farsi travolgere dalle logiche assistenziali al centro delle scelte del governo giallo-verde. Finora Salvini è riuscito ad attribuirsi i successi della lotta all’immigrazione selvaggia, scaricando sugli alleati l’onere delle altre decisioni. È difficile pensare che questo giochetto possa durare a lungo.

da Il Giornale, 12 febbraio 2019

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