La globalizzazione funziona, il mondo piccolo un po’ meno

Globalizzazione: dati e commercio internazionale mostrano resilienza nonostante crisi, dazi e tensioni geopolitiche

9 Marzo 2026

L'Economia – Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

Il passato è un paese straniero, ma anche il presente non scherza. Da alcuni aiuti ci capita sempre più spesso di essere sorpresi dagli eventi. Qualcuno aveva coniato la parola policrisi: fra pandemia, guerra in Ucraina e acuirsi delle tensioni in Medio Oriente, il mondo sembrava assediato da crisi diverse ma in qualche modo connesse. Il mondo interconnesso e globalizzato emerso dalla fine della guerra fredda aveva consentito, questa la tesi, di economizzare le produzioni. Ma l’altra faccia di quell’interconnessione era un’estrema fragilità. Produzioni just in time e filiere lunghe generavano efficienza nel breve termine e problemi nel lungo. Il battito d’ali di una farfalla in India rischiava di scatenare un uragano in Brasile.

Separare i fatti dalle opinioni è però sempre meno facile di quanto appaia, anche perché le nostre opinioni determinano ciò che consideriamo un dato di fatto. L’analisi che ho sommariamente riassunto, a cui si aggancia l’idea dell’inevitabilità di una globalizzazione a chiazze, è più una ricetta che un referto. Sin da quando la parola globalizzazione entrò nel discorso pubblico, negli anni Novanta, buona parte del mondo intellettuale e ampi settori della politica ne profetizzavano la fine imminente. L’idea di restringere i circuiti degli scambi ai Paesi amici è accarezzata insistentemente da certi partiti, e corrisponde all’interesse di quei settori produttivi che vorrebbero evitarsi il fastidio della concorrenza con gli omologhi cinesi. Ma un conto è desiderare che qualcosa accada, altro è registrare che è successo.

Le ipotesi in campo sono due: o non eravamo davvero immersi in una globalizzazione selvaggia, in cui l’interdipendenza economica è un tremendo fattore di rischio; oppure il rischio è inferiore a quanto si stimi. Negli ultimi anni il commercio internazionale ha retto sia alla pandemia che agli intenti bellicosi dei governi. Durante il Covid, l’Organizzazione Mondiale del Commercio stimava inizialmente una contrazione degli scambi fino al 32%: nei fatti, nel 2020, il volume si è ridotto di circa il 9%. Un dato sorprendentemente contenuto, se si pensa a quanto fosse rallentata la vita economica — e la stessa libertà di movimento — persino all’interno di un singolo Paese. Nel 2021 import ed export hanno conosciuto una ripresa straordinaria, superando rapidamente i livelli del 2019.

Dal 2023 assistiamo non a un rattrappimento degli scambi, ma a tassi di crescita più moderati: nella media del decennio 2010-2019, la crescita del solo commercio di merci era del 3%; negli ultimi anni è stata solo lievemente inferiore — il che, in parte, era prevedibile, dato che lo sviluppo cinese portava con sé un maggiore assorbimento domestico della produzione.

Per altri versi, però, questo ritmo resta sorprendente. Se malauguratamente aveste preso sul serio giornali e commentatori, dovreste essere persuasi che dal Covid in avanti lo scambio internazionale è, nella migliore delle ipotesi, in fase di stagnazione. Non è così. E se si guarda ai servizi anziché alle merci, la crescita nel 2023 e nel 2024 è stata del 9%, e nel 2025 si attesta attorno al 5%.

Questo non significa che i dazi dell’amministrazione americana contro le merci cinesi non abbiano avuto effetto: l’interscambio tra i due Paesi si è ridotto, nel 2025, di quasi un terzo. Ma, allargando lo sguardo, gli effetti complessivi sono stati meno traumatici del previsto.

Come già detto, questo forse significa anche che la globalizzazione selvaggia biasimata da molti non è mai esistita, e anzi esistono ancora rotte di scambio che aspettano solo di essere battute. Pensate al Mercosur o all’accordo commerciale dell’Unione europea con l’India. Le esportazioni europee di beni industriali verso i Paesi dell’America Latina erano gravate di dazi di circa il 20% per i macchinari, il 35% per le automobili, e lo stesso per molti prodotti agro-alimentari. I dazi europei erano più bassi, a eccezione per il comparto agroalimentare.

L’accordo raggiunto non è perfetto, le importazioni di alcune specialità merceologiche saranno ancora contingentate, ma per alcune linee tariffarie vi sarà, nell’arco di quindici anni, l’eliminazione di circa il 91% dei dazi. I dazi europei su merci indiane labour-intensive erano circa del 10%, lo stesso valeva per le merci europee esportate verso l’India, con picchi più rilevanti per l’agroalimentare, l’automotive e i macchinari. L’accordo elimina i dazi su una quota nell’ordine dell’80% del valore delle rispettive importazioni ed esportazioni.

Dov’era (e dov’è) la globalizzazione selvaggia?

Non solo il commercio internazionale è stato più resiliente di quanto si potesse immaginare, ma ci sono ancora margini di crescita agendo semplicemente sui dazi in essere, anche ipotizzando che non intervengano ulteriori innovazioni tecnologiche a spianare la strada allo scambio di merci e servizi.

È vero che la storia non è necessariamente una buona maestra e magari gli effetti della guerra in Iran saranno devastanti sui prodotti energetici e loro derivati, e dunque sui costi di trasporto, per chiunque non sia americano. Ma un mondo che si rimpicciolisce è stato sin qui più il desiderio dei politici, che una effettiva realtà. L’interesse di imprenditori e consumatori che dalla globalizzazione hanno tratto vantaggio continua a guidare le loro scelte quotidiane più di qualsiasi preferenza ideologica.

oggi, 9 Marzo 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
0
    0
    Il tuo carrello
    Il tuo carrello è vuotoTorna al negozio
    Istituto Bruno Leoni