La deregulation Ue non sia un ritocchino

La lettera che Von der Leyen ha indirizzato ai capi di Stato e di governo manifesta e contraddizioni con cui l’Ue deve fare i conti

12 Febbraio 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Teoria e scienze sociali

La lettera che Ursula von der Leyen ha indirizzato ai capi di Stato e di governo in vista dell’incontro odierno in Belgio manifesta al meglio le contraddizioni con cui l’Unione europea deve fare i conti. La Commissione, cioè l’istituzione che la rappresenta, ammette che l’Europa, pur essendo nel podio delle economie mondiali, sconta un ritardo accumulato di competitività, innovazione, crescita economica. Non riesce però ad uscire dal paradosso di blandire una competitività che essa per prima impedisce.

Negli anni, da ambizioso (e riuscito) progetto di pace attraverso un benessere condiviso tramite libertà e abbattimento di barriere economiche, l’Ue è diventata un cumulo di regole e burocrazia. La stessa Commissione lo riconosce e propone ormai da un anno una semplificazione «senza precedenti» della legislazione europea. Tornare sui propri passi e fare autocritica non è segno di debolezza, anzi. Ma guardando l’agenda del Consiglio e del Parlamento, l’impressione è che a Bruxelles possono pure essersi accorti di aver esagerato con il colore delle mele e il diametro dei mandarini, ma continuano ad avere un’idea ipertrofica della regolazione. Semplificare non è una tecnica di scrittura. È una scelta politica che riguarda perché intervenire e fino a dove farlo. Mentre von der Leyen scriveva la lettera ai capi di Stato e di governo, nella Gazzetta ufficiale sono stati pubblicati un regolamento che autorizza una deroga a un precedente regolamento sull’uso di gas fluorurati a effetto serra in determinati refrigeratori; un altro che rinnova l’approvazione della maltodestrina come sostanza attiva a basso rischio; un terzo di modifica degli elenchi di paesi terzi da cui è autorizzato l’ingresso nell’Unione di pollame e selvaggina da penna.

Garantire il funzionamento del mercato comune richiede discipline uniformi che possono diventare stravaganti. Ma semplificare senza intaccare un livello di regolazione come quello che emerge anche solo dall’indice dell’ultima Gazzetta vuol dire compiere, nella migliore delle ipotesi, un’operazione cosmetica. Nella peggiore, un’operazione di complicazione. Nella stessa lettera, von der Leyen propone ad esempio una clausola di preferenza europea, che ha bisogno di norme e regole per essere efficace e che, dunque, produrrà un ulteriore regime giuridico, magari in deroga a quello attuale perché valido solo per alcuni settori o per alcune tipologie o categorie di imprese.

Un rischio simile c’è anche per una delle idee più innovative che la lettera recepisce dal rapporto di Enrico Letta, quella del 28° ordinamento. Assicurare alle imprese una disciplina unica e semplificata potrebbe essere una grande opportunità per rimuovere in un solo colpo burocrazie differenti, costi e tempi di adattamento e adeguamento. A patto che sia per tutti. Per quel che si sa, invece, l’intenzione è di riservarla solo alle startup. Un concetto, di nuovo, che ha bisogno di regole per essere definito, di costi aziendali per essere interpretato e magari di giudici per essere accertato.

Nel frattempo, l’Unione che emerge dalla lettera di Ursula von der Leyen pretende di essere politicamente ancora più forte sugli Stati. Lo fa quando propone di usare più i regolamenti che le direttive e di attuare forme di controllo sul gold plating statale. In sostanza, suggerisce di fare leggi immediatamente applicabili in tutte le loro parti, senza lasciare margini di scelta ai governi nazionali anche solo su come raggiungere obiettivi comuni, e di sorvegliare che le norme statali non aggiungano vincoli ulteriori rispetto a quelle europee.

Il fatto che non ci siano alternative credibili all’Europa, almeno per un paese e una economia piccoli come l’Italia, non vuol dire non vederne i limiti. Se il rimedio a un’Europa appesantita è un’Europa che continua ad esserlo fingendo di essere più forte degli Stati che la compongono, è verosimile che i governi nazionali per primi si opporranno a qualsiasi rafforzamento. Le debolezze dell’Europa non sono responsabilità unica della Commissione o della sua Presidente. Derivano da governi i cui interessi vengono messi prima di quelli comuni, sia in Parlamento (si veda da ultimo il voto sull’accordo con il Mercosur) che in Consiglio europeo, come segnalano proprio questi giorni le divergenze di vedute tra la Francia da un lato e la Germania e l’Italia dall’altro. L’Unione è ancora un sistema di Stati e per superarlo occorre convincerli che hanno qualcosa da guadagnare cedendo a una maggiore integrazione.

Un’Unione più forte dovrebbe riprendere allora da dove ha interrotto il suo consolidamento: completare il mercato unico attraverso, ad esempio, una più vasta applicazione del principio del paese di origine; garantire un ambiente normativo favorevole alla dinamicità per tutte le imprese, e non solo per startup o Pmi; completare l’unione dei mercati dei capitali che possa, prima del debito pubblico, costituire una fonte di finanziamento importante in un’economia caratterizzata da consistenti risparmi privati.

È a partire da questi pochi punti che si possono convincere i governi per primi di uno scambio conveniente tra sovranità da un lato e crescita e sicurezza dall’altro.

oggi, 12 Febbraio 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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