La data del referendum è irrilevante, ma le polemiche favoriranno il governo

La data del referendum divide la politica, ma la storia mostra che gli esiti non si decidono con il calendario

15 Gennaio 2026

La Stampa

Serena Sileoni

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

Ai toni accesi sulla separazione delle carriere si è aggiunta una lite sulla data del referendum. I buoni propositi di stare nel merito della riforma per consentire agli elettori di informarsi rischiano, se possibile, di essere più disattesi del solito.

La Costituzione stabilisce che si può avanzare una richiesta di referendum entro tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta della legge costituzionale oggetto di voto. La legge che disciplina le modalità di voto prevede invece che il Presidente della Repubblica indice il referendum entro 60 giorni dall’ordinanza con cui la Cassazione ne ammette la richiesta. I due termini stanno insieme nel presupposto che questo tipo di referendum sia uno strumento di opposizione, chiesto – nelle intenzioni originarie – non da chi ha appoggiato o appoggia la riforma, ma da chi vuole che non entri in vigore. Perciò, non dovrebbe manifestarsi una insofferenza ad attendere che altri possano richiederlo, così come non dovrebbe darsi il caso di iniziative ulteriori una volta che viene ammessa la prima, anche perché il quesito di voto è inevitabilmente lo stesso.

Eppure, queste ipotesi impossibili a prevedersi si sono avverate. Miracoli, si fa per dire, della politica, dacché il valore oppositivo del referendum ha subito, nella prassi, una considerevole torsione: poiché viene immediatamente richiesto da chi lo ha approvato, può capitare che l’ordinanza della Cassazione arrivi poco dopo la pubblicazione della legge e quindi i 60 giorni da quella scadano prima dei 90 giorni da questa.

Si tratta di un cortocircuito più apparente che reale e già affrontato. Probabilmente per motivi diversi, il governo Amato nel 2001 e il governo Renzi nel 2016 fecero decorrere i 60 giorni il primo dalla scadenza dei tre mesi, il secondo dall’ultima ordinanza di ammissione. Nel 2006 e nel 2020, invece, le iniziative parlamentari, prevalentemente di opposizione, non sono state immediate, così evitando il contrasto tra i termini.

Tornando all’oggi, il rigore del governo nel rispettare la scadenza dei 60 giorni ma non dei 90 può dipendere dall’intenzione di accelerare i tempi, dati i sondaggi al momento per lo più favorevoli al Sì. Per questo, il fronte opposto ha spostato in queste ore lo scontro dalle ragioni del No alle ragioni della data. Entrambe le interpretazioni hanno forti argomentazioni a sostegno. Il termine dei 90 giorni è, diversamente dall’altro, fissato dalla Costituzione e i comitati promotori diventano a tutti gli effetti poteri dello Stato, con conseguenze sul piano dei rimborsi elettorali; ma è pur vero che il quesito può essere uno soltanto e che la campagna di voto è portata avanti anche da soggetti non promotori, a cui sono riconosciute le medesime prerogative di par condicio in materia di comunicazione e informazione.

Una lettura finalisticamente orientata potrebbe consentire di fissare dunque la data fin dalla prima ordinanza di ammissione e di ritenere pretestuosa ogni altra iniziativa di raccolta firme. Il Presidente Mattarella ha già firmato il decreto di indizione accettando la data proposta, mentre il Tar ha respinto, in maniera prevedibile dal punto di vista del diritto, la richiesta dei No di sospendere in via cautelare la deliberazione del governo.

Ma al di là delle disquisizioni costituzionali e giuridiche, ciò che spinge realisticamente tanto il governo Meloni quanto il comitato firme per il No è la convenienza politica a votare presto o tardi. La questione, allora, è se i risultati referendari possano dipendere da variabili certe come la scelta di quando votare e siano, in generale, così prevedibili.

Si è detto all’inizio che il referendum costituzionale è, o almeno dovrebbe essere, uno strumento di opposizione. Lo richiedono le minoranze e, a sua volta, non richiede una maggioranza di votanti per la sua validità. Ciò detto, analizzando le precedenti consultazioni si può notare come gli esiti siano piuttosto erratici.

Nel 2001, andarono a votare in pochi (solo il 34% degli elettori), esattamente come furono pochi (solo 4) i voti con i quali la riforma passò in Parlamento, ma la maggioranza di quella minoranza si espresse a favore della riforma. Nel 2006 e nel 2016 avvenne il contrario: si presentò alle urne più del 50% degli elettori (nel 2016, più del 65%) e i No prevalsero sui Sì. Nel 2020, nonostante la circolazione del Covid costringesse ancora a severe restrizioni e anche a uno slittamento di mesi della data di voto, il referendum sul taglio dei parlamentari vide affluire alle urne la maggioranza degli elettori ed esprimersi favorevolmente quasi il 70% dei votanti.

Questi precedenti, per quanto pochi, sembrano dire che le decisioni di voto sui referendum costituzionali non sono così lineari rispetto ad alcune variabili evidenti. Non è detto che un governo forte possa beneficiare di un allungamento dei tempi, come fu per il referendum sulla riforma Renzi-Boschi, né che una campagna più lunga favorisca le ragioni del No, come nel caso della riduzione del numero dei parlamentari, né, in generale, che siano più spronati ad andare a votare quelli che vogliono votare contro.

Le ragioni di ciascun voto relativo a riforme costituzionali sembrano, in altri termini, avere molte più variabili della semplice somma di quelle più facilmente gestibili, a partire dalla durata della campagna referendaria. Tra tante incertezze, tuttavia, si azzarda una previsione: la polemica della data, aizzata dal fronte del No fin dall’avvio di un inutile doppione di richiesta referendaria, favorirà il governo Meloni, portando la discussione su un tema sterile agli occhi dei più e rendendo i cittadini ancora più insofferenti alle quotidiane baruffe politiche.

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