La concorrenza rende migliore anche la scuola

Libertà di scelta educativa e pluralismo vanno di pari passo ma in Italia vige ancora il monopolio statale

4 Settembre 2026

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Politiche pubbliche

In un racconto dei primi anni Cinquanta apparso sul Candido Giovanni Guareschi tratteggiò il momento in cui, dovendo accompagnare la figlia a scuola per il suo primo giorno, fu preso dal terrore. Giunto all’ingresso dell’edificio capì che almeno in quel momento non avrebbe potuto consegnare la figlia allo Stato. Dover affidare al Leviatano la sua bambina gli apparve un sopruso intollerabile e, di conseguenza, la portò all’Idroscalo. Il tono della scrittura è lieve, ma sotto l’ironia emerge una netta denuncia di quello che è diventata la scuola, concepita per costruire cittadini acquiescenti e conformisti.

Chi crede nella libertà non può ignorare la questione scolastica; ed è significativo che tre studiosi liberali che ci hanno lasciato negli ultimi tempi (Dario Antiseri, Lorenzo Infantino e Antonio Martino) si siano battuti per decenni a difesa del pluralismo educativo. Suggerendo il “buono scuola” e altri strumenti, essi hanno instancabilmente sottolineato l’urgenza di avere un sistema scolastico sottratto al monopolio statale, con programmi e progetti educativi ben diversi tra loro. Se dedicarono tante energie a fare entrare il tema della libertà di scelta nel dibattito sulla scuola è perché erano soprattutto convinti che una scuola migliore esige istituti in concorrenza.

Non vinsero la loro buona battaglia e, anzi, osservarono costernati l’incessante moria delle scuole libere, costrette a un’impossibile competizione con le realtà statali, finanziate da chi paga le imposte. Come scrisse efficacemente Antiseri, in Italia «la scuola libera è solo libera di morire. E nel sostanziale silenzio di una agghiacciante resa ai fatti, non ci si rende conto che, con ogni scuola libera che chiude i propri battenti, muore nel nostro Paese un pezzo di libertà».

È triste che la politica non abbia inteso la lezione di questi maestri. Il risultato è che, nata stato-centrica negli anni dell’unificazione italiana, la scuola resta un apparato pubblico che lascia ben poco spazio all’iniziativa privata e ancor meno alle diverse culture e sensibilità. E così, in questo autunno che vede i giovani tornare sui banchi, si parla di tante cose ma non di questo. Sembra che nel dibattito pubblico quasi nessuno riesca a immaginare che i luoghi dell’educazione possano essere sotto il diretto controllo delle famiglie, né s’avverte l’esigenza di avvicinare la scuola alla società civile affidandola alle realtà locali: come avviene in Svizzera. Molti italiani sembrano persuasi che vi sia una sola alternativa: o la statizzazione dell’istruzione, o l’ignoranza crassa.

Nonostante tutto, c’è pure chi resiste. Durante la pandemia le famiglie che hanno deciso di gestire in prima persona l’educazione dei figli sono triplicate. La ragione è che qualcuno sta iniziando a rifiutare l’egemonia ideologica che fa di tante scuole statali le “madrasse” laiciste e progressiste di un Occidente alla deriva. Non a caso, le forme di resistenza più attive si trovano nel mondo cattolico, e soprattutto in quella sua parte che appare meno disposta ad accettare le parole d’ordine del politicamente corretto.

Questo, però, obbliga ad allargare la riflessione. Da un lato, è vero che esiste un problema istituzionale, connesso alla possibilità di riconoscere il diritto-dovere dei genitori di scegliere l’educazione dei figli. Proprio perché l’Italia è il Paese della famiglia nel bosco e di un potere burocratico che ancora fatica a rimettere assieme quei genitori e i loro due bambini, è cruciale che la battaglia liberale sugli istituti privati sia ripresa e rilanciata. Oggi la scuola italiana è un universo di impiegati pubblici che tende a produrre funzionari, non valorizza l’originalità, premia il conformismo, educa secondo le logiche della cultura radical-chic ed emargina ogni eterodossia. D’altro lato, però, c’è anche una drammatica questione culturale. Il volume che ho scritto assieme ad Andrea Atzeni e a Luigi Marco Bassani, A scuola di declino, denuncia lo stato pietoso dei libri di testo: intrisi di marxismo, ecologismo, terzomondismo, odio per la libertà d’impresa, e via dicendo. Quei manuali, in ogni caso, ci parlano della cultura contemporanea e della stessa mentalità dei docenti. Per questo, anche un’Italia liberata dal monopolio statale dell’istruzione non porterebbe molto di buono alle nuove generazioni senza un superamento delle banalità che dominano la mente della maggior parte di coloro che educano i nostri figli.

Un secolo e mezzo fa la Destra storica ha costruito quella scuola pubblica che oggi è per lo più egemonizzata da una cultura desolante, che detesta la realtà e adora i poteri di Stato. Monopolio dell’istruzione e progressismo statalista si puntellano a vicenda: è opportuno contestarli entrambi e con decisione.

oggi, 4 Settembre 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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