La concorrenza non è più una priorità della politica.
27 Luglio 2026
ItalyPost
Carlo Stagnaro
Direttore Ricerche e Studi IBL
Argomenti / Economia e Mercato
Il piatto forte del nuovo disegno di legge annuale sulla concorrenza sono gli avanzi. Nelle bozze del ddl è comparsa una norma secondo cui il consumatore ha diritto di «trattenere per l’asporto i cibi e le bevande acquistati e non consumati». Non mancherà un’apposita disciplina delle modalità di asporto.
Infine, secondo quanto riferisce Quotidiano Sanità, «il testo prevede che con decreto ministeriale sia istituito un logo da utilizzare per la promozione e la comunicazione commerciale, con l’esplicita indicazione dell’obbligo di fare riferimento allo stesso nelle campagne di sensibilizzazione di iniziativa pubblica». Oltre a questo, il ddl contiene una complessa riforma del settore dei carburanti – con alcuni aspetti positivi ma ben poca rilevanza per la concorrenza – e una manovra sull’Rc auto finalizzata a «correlare il costo del premio al rischio effettivamente assunto dall’impresa».
Inizialmente si ipotizzava anche una stretta sul telemarketing, ma pare sia già tramontata. Fine. Il ddl colpisce per tre ragioni. La prima è la modesta dimensione. Non è una novità: anche negli anni scorsi le leggi annuali per la concorrenza erano composte di pochi articoli raffazzonati, non di rado finalizzati a risolvere problemi che poco avevano a che vedere con le liberalizzazioni. Il secondo aspetto è la scarsa ambizione: l’Italia non è certo un Paese caratterizzato da una concorrenza spietata nella maggior parte degli ambiti.
Alcuni dossier sono aperti da ere geologiche, ma restano senza risposta politica, dai balneari alle concessioni idroelettriche. La scelta del ministro Adolfo Urso, responsabile per materia, è invece quella di focalizzarsi su questioni marginali, magari usando il ddl per riciclare interventi che non è riuscito a inserire altrove. La doggy bag, appunto. C’è però un terzo e più preoccupante elemento: nonostante il disegno di legge sia formalmente intitolato alla concorrenza, di fatto propone solo regolamentazione aggiuntiva. In un Paese che non è neppure in grado di contare quante leggi siano contemporaneamente in vigore, moltiplicarle con la scusa delle liberalizzazioni aggiunge la beffa al danno. Si potrebbe sostenere che si tratti di una scelta politica consapevole e, in parte, forse lo è davvero: Giorgia Meloni non ha certo vinto le elezioni promettendo la rivoluzione liberista. Coerentemente, pur avendo varato una legge (in teoria) pro concorrenza all’anno, non ne ha mai fatto un manifesto politico, quanto piuttosto un mero adempimento. Dietro la sua legittima ritrosia politica, allora, c’è un fallimento istituzionale.
L’obbligo di fare una legge annuale basata sulle raccomandazioni dell’Antitrust esiste dal 2009, ma è stato rispettato solo saltuariamente. Le cose sono cambiate dal 2021, con la sua introduzione nel Pnrr. In teoria, le riforme pro concorrenza avrebbero dovuto aggiungere circa 0,2 punti di Pil di crescita addizionale nel breve termine, che avrebbero dovuto salire a 0,5 nel lungo termine. Viste in retrospettiva, queste stime strappano un sorriso. Alzi la mano chi pensa che, regolamentando la doggy bag, vedremo un impatto misurabile sul Pil. Più difficile ancora ricordare una riforma pro concorrenza davvero incisiva nel corso della legislatura. Il governo ha rispettato l’obbligo stando ben attento a non spostare di un millimetro gli equilibri concorrenziali.
L’impegno a una legge annuale è stato interpretato tanto dal governo, che vi era soggetto, quanto dalla Commissione, che doveva imporne il rispetto, come una casella da barrare: la priorità non è mai stata fare le liberalizzazioni, ma solo barrare la casella «legge annuale per la concorrenza». Se il ddl è vuoto, la responsabilità politica è di Urso e Meloni, ma il problema va oltre questo governo e riguarda il collasso dello scambio tra fondi e riforme alla base del Pnrr.