La competitività per gli stati? Sfruttare meglio le risorse

Non si possono paragonare paesi e imprese: entrambi dovrebbero puntare a essere competitivi anche se in modo diverso

6 Maggio 2024

L'Economia del Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

La discussione sui rapporti curati da Enrico Letta e Mario Draghi ha riportato in auge la parola competitività. In una gara sportiva, qualcuno arriva primo, qualcuno arriva ultimo. I concorrenti possono essere in rapporti amichevoli però, finché non tagliano il traguardo, la regola è ognuno per sé. Una squadra di calcio può avere relazioni economiche con altre (comprare o prendere in prestito un giocatore), ma non a partita iniziata.

Le relazioni fra aziende sono più complicate: capita che una grande impresa che opera in un certo settore fornisca anche componenti ai suoi diretti concorrenti. Samsung, per esempio, produce schermi e memorie che finiscono negli iPhone. Ma, se consideriamo il «campionato» degli smartphone, Apple e Samsung sono concorrenti e possiamo dire che un’innovazione eclatante oppure una riduzione dei prezzi rende l’una più «competitiva» rispetto all’altra. Nella stessa gara, altri concorrenti provano a raggiungerle e superarle. Chi non riesce mai a essere davvero competitivo, cioè a realizzare telefoni acquistati da un numero sufficiente di consumatori, a un certo punto viene escluso dai giochi.

La sanzione di mercato è il fallimento. Ragionare della competitività di un Paese è più complicato. Dei territori possono essere in concorrenza? In casi specifici e conoscendo da principio gli obiettivi, sì: Milano è stata battuta da Amsterdam, per esempio, nel tentativo di acquisire l’Agenzia europea del farmaco. Si può dire qualcosa di simile rispetto alla decisione che porta una multinazionale a stabilire la propria sede legale in un Paese o in altro. L’Irlanda ha stracciato la concorrenza come avamposto delle imprese statunitensi in Europa, per esempio, grazie a scelte di politica fiscale pensate a tal fine. Tuttavia, mentre Milano e Amsterdam si disputavano l’agenzia del farmaco i negozi di arredi nei Paesi Bassi non smettevano di importare tavoli e divani dalla Brianza e i fiorai meneghini continuavano imperterriti a vendere tulipani olandesi. Gli europei di altri Paesi non hanno cessato di bere Guinness, per ritorsione verso gli irlandesi, né di volare Ryan Air.

L’obiettivo di tutti, imprese e consumatori, non è «vincere» quanto semmai ottenere vantaggi gli uni dagli altri. I Paesi non sono unità economiche paragonabili alle imprese: non sono impegnati a realizzare un certo bene o servizio e nemmeno operano in un mercato dai contorni ben definiti. Un’azienda italiana può essere in competizione con una tedesca e nello stesso tempo acquisire componenti da un’altra impresa di quel Paese.

In un territorio convivono produzioni diverse e non è detto che gli interessi di chi le intraprende convergano. E nemmeno coincidono con quelli del consumatore: per la stessa ragione per cui l’apertura di un nuovo negozio di alimentari dispiace ai droghieri ma amplia il ventaglio di scelta dei clienti. Se a tutti fa piacere continuare a fare ciò che hanno sempre fatto, per un tenitorio non è detto che sia un bene. L’obiettivo «socialmente rilevante», per così dire, è trarre il massimo dalle risorse disponibili, incluse le risorse umane. Cosa sia questo massimo dipende dalle preferenze delle persone e da circostanze che cambiano continuamente: non corrisponde al piano strategico di un «amministratore delegato della nazione».

In un articolo di quasi trent’anni fa, Paul Krugman sosteneva che quella perla «competitività» era un’ossessione che poteva solo fare danni Bill Clinton aveva sostenuto che «ogni Paese è come una grande impresa in concorrenza con le altre nel mercato globale». Il Presidente interpretava competitività come sinonimo di attrattività: ciò per cui si compete sono gli investimenti, che potrebbero concretizzarsi a casa nostra o altrove. Per conquistarli vanno semplificate le procedure e costruite piste d’atterraggio fiscali che stimolino le imprese a fare scalo qui e non altrove. Il che, per inciso, implicherebbe una revisione radicale di ciò che l’Unione europea è stata fino a oggi: cioè il leader globale in un solo settore, la produzione di regole. Sotto questo profilo, c’è un interesse comune dei produttori: un quadro normativo più stabile e chiaro.

Il guaio è che la parola competitività si fa dirottare con facilità. Il suo significato non coincide necessariamente con l’attrazione di investimenti stranieri. Del resto, se sentiamo di essere in gara contro il resto del mondo, come possiamo aspettarci i suoi quattrini? Più spesso la competitività è una traduzione moderna della vecchia idea che le esportazioni debbano superare le importazioni.

Giustamente Krugman ricordava che se il reddito pro capite è correlato a qualche cosa, lo è alla produttività, non alle esportazioni. Il suo articolo prendeva le mosse da una riunione nella quale Jacques Delors — presidente della Commissione Europea per tre mandati — aveva discusso coi rappresentanti dei Paesi membri della disoccupazione in Europa.

Ci si sarebbe aspettati, scriveva Krugman, che parlasse degli effetti del sistema monetario europeo (il saggio risale a prima dell’euro) o di come alte protezioni sociali avevano gonfiato il costo del lavoro e disincentivato le assunzioni. Invece spiegò che «la causa principale della disoccupazione europea è la mancanza di competitività con gli Stati Uniti e il Giappone e che la soluzione è un programma di investimenti in infrastrutture e alta tecnologia». L’attuale presidente francese Emmanuel Macron che invoca «un piano choc di investimenti comuni» non è che faccia nulla di diverso. Come diceva Mark Twain; la storia non si ripete ma fa rima.

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