La benzina del sindaco non ci salverà dalla crisi energetica

I rincari non dipendono dall’esosità dei benzinai né dalla cattiveria dei petrolieri, ma da una situazione geopolitica che è sotto gli occhi di tutti

31 Agosto 2026

Istituto Bruno Leoni

IBL

Argomenti / Politiche pubbliche

La benzina del sindaco è la risposta al caro carburanti? Se ne è parlato molto quest’estate, a partire dal caso di Valle Castellana, un paesino di 800 abitanti in provincia di Teramo, dove il Comune ha rilevato la proprietà dell’unica stazione di servizio esistente per scongiurarne la chiusura. Poiché l’amministrazione comunale si accolla i costi per la gestione dell’impianto, i residenti possono fare il pieno a un prezzo tra i 10 e i 20 centesimi inferiore a quello di mercato. Successivamente, sono emersi altri casi analoghi in varie regioni (Marche, Molise, Lombardia e Piemonte). E qualcuno già propone di estendere il modello.

Come sempre, le cose sono più complesse e contraddittorie. Se tutti i Comuni (o lo Stato) comprassero le stazioni di servizio – o, se è per questo, i panifici o i negozi di scarpe – al fine di vendere il carburante a sconto, nell’immediato i consumatori ne avrebbero un sollievo. Non stupisce che gli automobilisti intervistati ne siano entusiasti. Il problema è che la differenza di prezzo non svanisce nel nulla: si trasferisce dalla pompa di benzina al bilancio comunale. Quindi, a pagare i costi non sono gli automobilisti, bensì i residenti, attraverso le loro imposte. Questo nell’immediato. Nel lungo termine, le cose diventano ancora più problematiche: il consumo di carburanti convenzionali, infatti, continua a scendere, per una varietà di cause. Intanto, la popolazione diminuisce, e con essa il numero di automobilisti; secondariamente, le persone tendono a trasferirsi dalle “aree interne” a quelle urbane, dove spostarsi è più facile e spesso non richiede l’uso dell’auto; infine, il naturale turnover dei veicoli circolanti vede entrare sul mercato macchine sempre più efficienti e, in alcuni casi, alimentate dall’energia elettrica. Anzi: vi sono proprio incentivi per abbandonare i derivati del petrolio, il cui inevitabile effetto è di accelerare la chiusura delle stazioni di servizio. È proprio per questo che l’impianto di Valle Castellana rischiava la chiusura! Ma questo significa che la quota di costi coperta dalle tasse è destinata ad aumentare.

Tutto ciò senza neppure considerare il fatto che gli attuali rincari non dipendono dall’esosità dei benzinai né dalla cattiveria dei petrolieri, ma da una situazione geopolitica che è sotto gli occhi di tutti. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha reso l’approvvigionamento di petrolio e derivati molto più complicato: semplicemente, ce n’è meno di quello che le persone vorrebbero consumare. I prezzi non possono non aumentare perché è il modo in cui il mercato invita i consumatori a fare economia, riducendone gli utilizzi o trovando alternative. Ora, la storia di Valle Castellana e degli altri borghi che si trovano in condizioni analoghe non ha alcun legame con la crisi petrolifera globale. Nasce indipendentemente da essa e risponde a una finalità differente: è comprensibile che un piccolo Comune voglia preservare alcuni servizi sul territorio per evitare di aggravarne lo spopolamento. In ultima analisi, spetta agli elettori decidere se premiare il Sindaco benzinaio, rieleggendolo, oppure mandarlo a casa. Ciò che è veramente assurdo è la mitizzazione di questo modello o l’idea che possa essere esteso, facendo della proprietà pubblica una sorta di pietra filosofale buona per qualunque utilizzo.

L’ottimista pensa che questo dibattito sia solo un’appendice delle oziose discussioni estive. Il pessimista teme invece che ci siano, nel nostro paese, persone sinceramente convinte che il mestiere degli amministratori pubblici sia (anche) vendere benzina – e magari altri “beni essenziali”, dal cibo alle automobili (Dio solo sa dove questa china scivolosa può portare). E voi, alla vigilia della Legge di Bilancio, siete ottimisti o pessimisti?

oggi, 1 Settembre 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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