L'intreccio credito-stato indebolisce le banche italiane

È assurdo pensare che lo Stato debba nazionalizzare le banche perché il contribuente è il migliore degli azionisti possibili

11 Gennaio 2019

La Stampa

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Quello di Carige «non è un salvataggio, è una nazionalizzazione», ha detto Luigi Di Maio, anche se «per ora non ci abbiamo messo un euro». In attesa che la nazionalizzazione in potenza diventi nazionalizzazione in atto, sarebbe il caso di chiarirsi le idee. I Cinquestelle hanno sempre sostenuto che «se lo Stato mette i soldi in una banca, quella banca diventa dello Stato». Ciò è ben altra cosa che dire «di certo non la ripuliremo per venderla», ovvero ce la terremo, come ha annunciato lo stesso ministro.

È capitato che lo Stato, in Italia e altrove, dovesse intervenire a sostegno di un istituto di credito. Sono decisioni sempre controverse: sarebbe opportuno non prenderle col pilota automatico. Quando ciò accade, però, è perché si suppone che il costo del non intervento (cioè le ripercussioni sul sistema dei pagamenti e dunque su imprese e famiglie) sia decisamente superiore al costo dell’intervento (ovvero i quattrini che lo Stato ci mette). Oggi, con mercati finanziari fortemente interconnessi, si parla di «rischio sistemico». Ma sarebbe folle pensare che il fallimento di ogni istituto di credito rappresenti sempre un rischio per il sistema. La Banca centrale europea ha indicato le banche il cui crac avrebbe ripercussioni a vasto raggio. Non è una scienza esatta, ma è improbabile che la Bce utilizzi criteri eccessivamente laschi.

Altra cosa è pensare che lo Stato debba nazionalizzare le banche perché il contribuente è il migliore degli azionisti possibili.

L’attività bancaria consiste nel raccogliere depositi ed erogare credito. È estremamente complicata: scegliere quali imprese e quali progetti finanziare non richiede soltanto quattrini (una banca non è un bancomat) ma pure competenze altamente specializzate. È una attività rischiosa, anche se ci si attiene a valutazioni di merito. La probabilità che si finanzi chi non se lo meriterebbe cresce quando entrano in gioco altri fattori: se il banchiere deve trovare quattrini per gli amici, gli amici degli amici, gli amici del suo padrino politico.

Le banche italiane sono state privatizzate a inizio Anni Novanta ma la politica ha spesso tentato, attraverso le fondazioni, di mantenerne il controllo. Le nostre banche hanno più crediti cattivi di quelle di altri Paesi proprio perché a lungo hanno operato sulla base di criteri extra-economici: tanto più lo hanno fatto, tanto peggiori sono le loro condizioni, a partire da Mps, che era di fatto la banca di un partito politico. L’intreccio credito-Stato, cioè credito-politica, non è la soluzione: è il problema.

In tutto questo, l’«abbiamo tutelato i risparmiatori» che i governanti di turno alzano sempre come bandiera, dopo ogni salvataggio, ha un suono un po’ paradossale. Esiste, in Italia e altrove, una assicurazione che copre i depositi bancari fino a 100 mila euro dal rischio di fallimento dell’istituto in cui sono parcheggiati. Un vero «governo del cambiamento» potrebbe limitarsi a fare funzionare questo strumento, pensando che chi detiene depositi per una cifra maggiore e a maggior ragione chi ha comprato obbligazioni ha tutto l’incentivo a informarsi perbene circa le condizioni della banca a cui si è rivolto. Va di moda invece considerare queste persone nemici di classe, e poi adoperarsi perché dormano fra due guanciali.

Da La Stampa, 11 gennaio 2019

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