L'autonomia lombarda in campagna elettorale

Il voto referendario dell'ottobre scorso e le successive frustrazioni, dato che il negoziato non è neppure partito, saranno temi cruciali in una partita difficile che si giocherà tanto a Milano quanto a Roma.

19 Gennaio 2018

La Provincia di Como

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

A soli due mesi dalla data delle elezioni regionali, Roberto Maroni ha annunciato che non si ricandiderà alla guida della Regione Lombardia. Mentre per il centrosinistra la scelta era già stata individuata da tempo (correrà infatti il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori), il centrodestra si è trovato nella necessità d’individuare un candidato.
Il nome che è stato subito fatto è quello del leghista Attilio Fontana. Nel frattempo, c’è da chiedersi che fine abbia fatto il percorso autonomista, dato che il voto dello scorso 22 ottobre ha creato molte aspettative, ma finora non si è visto il minimo risultato. Va anche detto che il governo romano si è opposto alle rivendicazioni lombarde e venete sia prima del voto, sia dopo. Soprattutto in tema di risorse e residuo fiscale (gli oltre 50 miliardi di euro che ogni anno la Lombardia “perde”, in quanto si tratta della differenza tra i soldi versati e i servizi ricevuti), l’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni è apparso indisposto a rivedere la situazione. Qualche limitata disponibilità a dialogare si è mostrata, ma essenzialmente su questioni non fondamentali.
La sovrapposizione dei due appuntamenti elettorali prefigura ora uno scenario nel quale in Lombardia il tema della richiesta dei lombardi ad autogovernarsi potrebbe giocare un ruolo primario. Ormai è chiaro che sebbene Maroni sperasse di arrivare in tempi stretti a un’intesa con il governo difficilmente succederà qualcosa prima di marzo, ma nel nuovo scenario politico successivo al voto ogni prospettiva rimane aperta. In particolare, va sottolineato come Gori abbia saputo sganciarsi con notevole intelligenza dalle prospettive centraliste della sua coalizione. Nei mesi scorsi si è speso per il “sì” e adesso, dopo i molti anni perduti della presidenza a guida Maroni, in campagna elettorale può legittimamente usare la carta del percorso verso un’autonomia crescente. Sull’altro fronte si proverà a evidenziare che comunque, anche se in extremis, alla fine il referendum autonomista è stato convocato e vinto. Soprattutto, nella coalizione che unisce Silvio Berlusconi e la Lega si dovrà tenere in considerazione che vincerà il Pirellone chi riuscirà a convincere quella Lombardia pedemontana da Varese a Como, da Lecco a Sondrio, da Bergamo a Brescia che più è sensibile ai temi che furono sollevati per la prima volta un quarto di secolo fa dalla Lega Lombarda.
Entro questo quadro, il partito di Matteo Salvini si troverà costretto a giocare in contemporanea due campagne elettorale: una nazionale (“prima gli italiani”) volta ad aumentare gli eletti in Parlamento, nella speranza di prendere voti al Sud; e una tutta locale (“prima i lombardi”), che fatalmente dovrà cercare di dare concretezza a molti argomenti utilizzati per anni dal movimento che fu di Umberto Bossi e Gianfranco Miglio.
Il voto referendario dell’ottobre scorso e le successive frustrazioni, dato che il negoziato non è neppure partito, si annunciano comunque quali temi cruciali in una partita difficile che si giocherà tanto a Milano quanto a Roma e i cui esisti restano incertissimi.

Da La Provincia di Como, 19 Gennaio 2018

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