L'astensione? Non è sempre cattivo segno

Alle elezioni regionali si è presentata al seggio metà degli aventi diritto. Che è più o meno la stessa percentuale che vota per il Presidente degli Stati Uniti. Non sembra che la democrazia americana funzioni tanto peggio della nostra. Per buona parte della prima repubblica, l`affluenza alle urne in Italia ha superato il 90%. I […]

3 Giugno 2015

La Stampa

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Alle elezioni regionali si è presentata al seggio metà degli aventi diritto. Che è più o meno la stessa percentuale che vota per il Presidente degli Stati Uniti. Non sembra che la democrazia americana funzioni tanto peggio della nostra.

Per buona parte della prima repubblica, l`affluenza alle urne in Italia ha superato il 90%. I nostri nonni e i nostri genitori votavano religiosamente. Ma il fatto che al seggio vadano in tanti non garantisce di per sé scelte particolarmente lungimiranti. Altrimenti avremmo ereditato un Paese un poco più in ordine.

Sono diversi i motivi per cui un elettore può decidere di astenersi. I giornali si concentrano sempre su uno di essi: la disaffezione nei confronti della politica. Però non è l`unico.

La cosa strana non è che qualcuno non vada a votare: è, al contrario, che qualcun altro ci vada. Dal punto di vista individuale, il voto è uno sforzo non remunerato. Il «nostro» voto fa la differenza solo in rarissime occasioni: per esempio, se viviamo in un Paese di poche anime e si sono candidati a sindaco due signori popolarissimi l`uno e l`altro. In un`elezione nazionale, al massimo ci guadagniamo la soddisfazione di nuotare con la corrente, o il diritto a lamentarci per i cinque anni successivi.

Una volta eletti, i nostri governanti perlopiù si occuperanno di questioni destinate a rimanerci del tutto oscure. I più informati fra noi conoscono i numeri della disoccupazione, del debito pubblico, del Pil. Il tifoso di politica impazzisce per il retroscena da spogliatoio, ragiona sull`allenatore ideale, e tuttavia i tecnicismi gli sfuggono, applaude la nuova legge e poi si dimentica che bisogna attendere i regolamenti attuativi, si congratula col governo e perde di vista il Parlamento, triangolo delle Bermude dove spesse volte le norme meglio pensate fanno naufragio.

L`astensionista convinto potrebbe anche essere uno che sa di non sapere. Pensa che abbia poco senso illudersi di «scegliere la persona», quando non sai se hai bisogno di un cardiochirurgo o di un fisiatra. E` convinto che l`esercizio del potere sia una faccenda misteriosa. E, soprattutto, remota, lontana dalla sua vita. Domenica scorsa ha portato la famiglia al mare perché l`aveva promesso alla suocera. La suocera, a differenza dei santini elettorali, si lamenta eccome, quando non le si dà retta.

Se fossimo un filino più onesti con noi stessi, dovremmo ammettere che sappiamo pochissimo di chi votiamo, del suo passato, delle funzioni che andrà svolgere. E` della nostra squadra del cuore e tanto ci basta.

E` umano. Se non siamo in lizza per una nomina o in gara per un appalto, ha senso «studiare» a fondo un candidato, i suoi trascorsi, le sue idee per come le ha tradotte in pratica e non per come le dichiara? Richiederebbe molto tempo: sottratto inevitabilmente agli affetti e al lavoro. A fronte di un beneficio assai modesto: la bella figura che facciamo allo specchio, quando sappiamo di avere dato un voto pienamente consapevole e informato. E` una sensazione piacevole: per questo alcuni di noi mentono a se stessi, si considerano informatissimi a prescindere, biasimano chi non si occupa della cosa pubblica. Rampognare i non votanti non è mai servito a riportarli alle urne. In compenso, per sviluppare l`autostima fa miracoli.

Da La Stampa, 3 giugno 2015
Twitter: @amingardi

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