26 Gennaio 2026
Corriere della Sera
Alberto Mingardi
Direttore Generale
Argomenti / Teoria e scienze sociali
Perché alcuni Paesi sono diventati ricchi, e altri no? È una domanda che ci poniamo da almeno 250 anni, da quando Adam Smith pubblicò La ricchezza delle nazioni. Già Smith, nel terzo libro del suo capolavoro, cerca di spiegare «il processo naturale dell’opulenza» guardando alla storia e alle istituzioni. Lo stesso ha fatto Joel Mokyr, Premio Nobel 2025, storico dell’economia nato a Leida, cresciuto a Haifa, addottoratosi a Yale e che dagli Anni Settanta insegna alla Northwestern University.
Da giovane, Mokyr ha partecipato a una piccola rivoluzione metodologica: quella della «cliometria» (dalla musa Clio), che mira a mettere dati quantitativi e prove empiriche al centro della storia economica, fin lì considerata eccessivamente «letteraria». A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, la sua produzione assume un carattere più qualitativo.
La chiave del successo
Tutt’oggi, i politici e gli analisti di geopolitica pensano che la chiave del successo economico sia controllare alcune risorse naturali (per la controprova, aprite a caso le pagine del giornale di oggi). Se così fosse, Medio Oriente e America Latina dovrebbero essere immensamente più ricchi dei Paesi europei, e il Giappone infinitamente più povero della Russia. Nell’Inghilterra della Rivoluzione industriale c’era il carbone: basta a spiegare il decollo industriale?
Mokyr ci insegna che la chiave della crescita è l’innovazione. Ma quando e perché le persone innovano? La curiosità e la creatività umana non sono una novità nella storia; lo è, però, il fatto che possano trasformarsi in «cose», in oggetti, in prodotti che migliorano la vita altrui.
Nei suoi lavori più famosi, come I doni di Atena (tradotto dal Mulino) o The Enlightened Economy, Mokyr ha esplorato come lo sviluppo delle conoscenze ha portato alla crescita economica moderna. L’ultimo libro, scritto con Avner Greif e Guido Tabellini (Due strade verso la prosperità, in uscita ora per Egea), mette al centro il tema della «grande divergenza» fra Europa e Cina.
Perché la Rivoluzione industriale non è avvenuta nel Regno di mezzo, nonostante fino all’età moderna molte delle sue aree fossero fra le più prospere e avanzate al mondo? La Cina della dinastia Song (960-1279) era «nel pieno di un’età dell’oro» e, su molti fronti, ben più avanzata dell’Europa. Le quattro grandi invenzioni cinesi (carta, stampa, bussola e polvere da sparo) ebbero un’importanza capitale nella modernità occidentale.
Il fatto che il vantaggio tecnologico passi all’Europa si può spiegare guardando a una complessa batteria di fattori, che richiamano due grandi categorie: le istituzioni e la cultura.
La ricchezza non è determinata dalla disponibilità di materie prime da sfruttare bensì dal comportamento degli individui, influenzato dagli incentivi messi in campo dalle istituzioni. La frammentazione politica dell’Europa, per esempio, ha consentito agli aspiranti innovatori una libertà di fare esperimenti (di cui fa parte anche la libertà di sbagliare) sconosciuta altrove. La cultura è in parte un portato delle istituzioni e un fluidificante della cooperazione sociale.
Quando si parla di cultura, non si vuol dire che l’insieme delle abitudini e delle conoscenze necessarie allo sviluppo le hai oppure no. La cultura può cambiare, anche rapidamente, e nel nostro mondo globalizzato l’informazione e la conoscenza sono ubique. Per questo nella sua lezione Nobel, Mokyr ha dato un messaggio di speranza: i nostri anni migliori devono ancora venire, scienza e tecnologia continueranno a stupirci e ad arricchirci.