Italiani al voto sconsolati e pessimisti

Soltanto un'esigua minoranza degli elettori guarda ai leader in competizione con fiducia

28 Febbraio 2018

La Provincia

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

E’ una campagna elettorale assai strana quella che ormai sta per concludersi e i motivi della sua eccentricità sono numerosi. Innanzi tutto, la scena vede contrapporsi almeno tre alleanze, con la possibilità che alla fine non vi sia alcun vero vincitore. Inoltre, abbiamo una profonda frattura tra forze più istituzionali e altre più barricadere (una spaccatura che in qualche caso attraversa gli stessi poli). Per giunta negli ultimi giorni si è dovuto constatare pure il riemergere di una violenza che avevamo dimenticato, ma che per anni ha contraddistinto la vita politica italiana.

I temi sul tappeto sono molti: dall’Europa all’immigrazione, alle tasse. La sensazione generale, però, è che la qualità del ceto politico nazionale stia abbassandosi, in ogni area e partito, con la conseguenza che assistiamo a contrapposizioni a colpi di slogan e analisi superficiali.

Tutti i rilievi statistici ci dicono che l’astensionismo sarà massiccio: forse come mai è accaduto prima. Quello che pochi sottolineano, però, è che pure gli italiani decisi a votare appaiono sconsolati e pessimisti, pronti a sostenere uno dei poli in lizza, ma con la precisa convinzione che è necessario turarsi il naso (per ricordare la formula di Indro Montanelli).

Soltanto un’esigua minoranza guarda ai leader in competizione con rispetto e quindi non stupisce il fatto che nessuno sia in grado di portare centinaia di migliaia di persone sulle pubbliche piazze. Anche quei politici che ogni giorno sono in televisione, la cui fama è in qualche modo simile a quella degli ospiti di Maria De Filippi, hanno un seguito entusiasta tutto sommato piuttosto modesto.

Gli elettori che voteranno i partiti più tradizionali (dal Pd a Forza Italia, dagli ex democristiani agli ex radicali) lo faranno in vari casi senza troppa convinzione: più perché timorosi dei populisti che per altro. In genere non pensano che le forze da loro prescelte potranno fare qualcosa di buono, ma temono la superficialità e l’incompetenza delle altre formazioni, che in qualche caso vorrebbero riportarci alla lira (con le conseguenze che ne discendono in tema di debito pubblico e tenuta dei conti dello Stato).

Al tempo stesso, ben poco convinto del voto che si appresta a dare sembra anche chi sostiene i partiti più vocianti. In questo caso, è frequente sentirsi dire che s’intende votare i Cinque Stelle, Casa Pound o la Lega soltanto per “far saltare il banco”, e non certo perché persuasi da uomini e programmi.

Questo scollamento tra società civile e politici di professione andrà allora tenuto in considerazione all’indomani del voto. Pure il partito che prenderà più suffragi e la stessa coalizione, se ce ne sarà una, che otterrà sufficienti eletti per formare un governo dovranno sapere che i loro piedi sono d’argilla. Mentre nel 1948 l’elettore di sinistra guardava al Blocco Popolare pieno di fede e speranza, ma lo stesso avveniva nel campo dei democristiani e dei loro alleati, oggi quel mondo è scomparso. Quanti andranno in Parlamento potrebbero ballare solo un’estate e l’intero scenario nazionale potrebbe essere presto rivoluzionato dall’apparire di alternative più convincenti. Ci aspettano tempi burrascosi e complicati.

da La Provincia, 28 Febbraio 2018

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