Io voto chi cambia la scuola

Il progetto “Scuole Pubbliche Autonome” è il cambiamento vero. Eccolo

26 Agosto 2022

Il Foglio

Franco Debenedetti

Presidente, Fondazione IBL

Argomenti / Politiche pubbliche

Per chi votare? Per me è semplice: voterò per chi ai primi posti del suo programma mette la scuola. E non solo aumentando gli stipendi, come è pur giusto fare, ma farlo premiando il merito (e senza ricorre a penosi trucchetti, ad esempio quello di inventarsi la categoria del “docente esperto”, cfr. “Docente ‘esperto’ o ‘diversamente anziano’, di Luigi Oliveri, Phastidio, 8 Agosto 2022). Oggi è sotto gli occhi di tutti che la scuola non vorrebbe valutare, per non scontentare i genitori, e che essa non viene valutata, per non scontentare gli insegnanti sindacalizzati. Alla scuola andava (2019) il 3,5 per cento del Pil; ma ai test PISA, che con frequenza triennale misurano il livello di istruzione degli adolescenti dei principali paesi industrializzati, nel 2018 l’Italia era nella lettura inferiore e nelle prove di scienza significativamente inferiore ai coetanei dei paesi Ocse. Di questo si ha coscienza, è diffusa l’opinione che la scuola italiana non funzioni bene; ma è difficile trovare due persone che, su come riformarla, la pensino allo stesso modo: inutile quindi tentare di disegnare una riforma che vada bene per tutti. (cfr. “Basta firmare petizioni! Fatemi ministro dell’istruzione, se avete coraggio”, di Marco Lodoli, il Foglio 20 Luglio 2022)

La sola soluzione è consentire di fare scuola modo diversificato, senza per questo ricorrere alle scuole private: basta separare la funzione “redistributiva” dello Stato, per cui tutti devono potervi accedere, dalla funzione di “produrre” istruzione. Regolazione e finanziamento restano statali, ma coloro che “producono” istruzione possono essere pubblici o privati. Le scuole devono viaggiare tutte sui binari della regolazione e del finanziamento statale. La riforma che si propone consiste nell’offrire, a quelle che lo desiderano, piena autonomia all’interno di quei limiti. Appunto “scuole pubbliche autonome”. Sono stati Guido Tabellini ed Andrea Ichino, con il loro paper “Liberare la Scuola” del 2013, ad avanzare la proposta, dimostrandone la fattibilità all’interno della nostra legislazione.

Problema: come fa lo Stato a certificare che la scuola abbia ottemperato alle funzioni cui è legato il finanziamento? Come si valutano le scuole? I test standardizzati non colgono la complessità della funzione educativa; le ispezioni richiederebbero di selezionare un’altra volta una classe di “navigator”, capaci del compito impossibile di dare giudizi omogenei in situazioni tanto differenti. La soluzione consiste nello spostare il punto di vista: non sia lo Stato a valutare le scuole, a farlo siano gli studenti e le famiglie con le loro scelte. Ogni studente si porta dietro una “dote” pari al costo che lo Stato ha sopportato per quell’istituto diviso per il numero di studenti: scegliendo una scuola lo studente le versa una certa dote. Ma come scegliere? Come evitare che i genitori scelgano scuole che procurino (o vendano) titoli senza valore? Lo Stato non può fare il valutatore, può però fare l’informatore delle famiglie: riversando ogni anno in una banca dati informazioni su come funziona una scuola, statistiche sugli studi successivi intrapresi dagli studenti che esse hanno diplomato, il loro successo nel mercato del lavoro (se si riuscirà a convincere il garante della privacy a consentire di acquisire un dato così utile agli individui che vuole proteggere).

Se studenti e famiglie hanno informazioni per scegliere, devono poterlo fare. Oggi lo studente può solo comperare “pacchetti”, liceo classico, liceo scientifico, istituto tecnico; le sue scelte sono basate su esperienze passate, quasi sempre casuali. In una scuola autonoma gli studenti devono poter modulare la propria istruzione: questo comporta che l’esame di maturità sia organizzato per materie, alcune (italiano, matematica, lingua straniera) obbligatorie per tutti, altre opzionali. Le università considereranno il superamento degli esami ed i voti conseguiti in certe materie come condizione per essere ammessi, eliminando così i test di accesso.

Non è un cambiamento che si può introdurre con un tratto di penna o con un decreto (non fosse che per la natura poliennale dei corsi di studi). Ad esempio nel Regno Unito dopo 10 anni solo il 20 per cento del totale delle scuole, dopo numerose elezioni, ha optato per il passaggio allo status di autonomia, diventando una Grant-maintained School. Negli Usa invece il modello è quello delle “charter school”, cioè di scuole governate da un contratto tra lo Stato e un ente che si propone come gestore della scuola stessa. Si constata sia per le Grant che per le Charter school che nei confronti tra campioni di scuole o di allievi (scelti in modo da evitare selection bias) le scuole autonome danno risultati migliori delle scuole normali. Enormemente migliori nei contesti sociali disagiati.

L’evidenza empirica dimostra che questo è dovuto in gran parte al cambiamento della qualità degli insegnanti. E’ quindi una condizione essenziale del progetto che la scuola possa, oltre che assumere, anche licenziare insegnanti. E questo pone ovviamente dei problemi: la sperimentazione possa essere accettabile dai sindacati. Andrea Ichino propone una fase transitoria in cui la scuola autonoma è libera di gestirsi come vuole, ma dove gli effetti occupazionali sono temporanei: se la sperimentazione fallisce dobbiamo poter tornare indietro senza che nessuno debba perder ingiustamente il posto di lavoro. Finita la sperimentazione, se si sarà dimostrato che quelli “licenziati” sono proprio gli insegnanti peggiori, è interesse pubblico che essi lascino, e cioè escano, con i debiti ammortizzatori sociali, dal mondo della scuole e vengano assorbiti in altre aree della Pubblica amministrazione. Mentre la scuola autonoma deve poter assumere chi vuole, giammai dovendo scegliere in qualche lista di precari.

Come si finanziano le scuole pubbliche autonome? Con la dote che ogni allievo si porta dietro: è questo il canale attraverso cui il finanziamento pubblico arriva alle scuole. Se genitori e studenti valutano positivamente la qualità degli insegnanti assunti, cresce il numero degli studenti, e la scuola ottiene un finanziamento maggiore. Se il numero delle richieste supera la disponibilità, si estrae a sorte che potrà essere ammesso: le disponibilità economiche delle famiglia non devono avere effetti sul tipo di scuole, le scuole pubbliche non sono scuole di élite. E poi ci saranno nelle vicinanze altre scuole che si porranno il problema se non fare anche loro la stessa scelta. La scuola dovrebbe abituare i giovani a vivere in una società che si fonda sulla concorrenza: in questo la scuola attuale è largamente deficiente, perché essa stessa ne aborre. La dinamica che si instaurerà tra scuole autonome sarà l’esempio di come la concorrenza aiuti e stimoli il miglioramento.

E se la scuola volesse espandersi e investire in nuove attrezzature, che richiedano finanziamenti che eccedono le doti? Le scuole autonome possono ricevere fondi da privati, e ci sono molte ragioni per cui lo facciano. Le industrie locali, ad esempio, potrebbero avere interesse a che la scuola istituisca dei corsi attinenti alle specifiche caratteristiche del territorio in cui operano, sia quelle storiche e culturali, sia quelle tecniche e tecnologiche. Altre iniziative volte a risanare ambienti particolarmente compromessi possono attrarre le società per azioni che hanno deciso di diventare società benefit. Più in generale possono interessare tutte le società che vogliono aumentare il loro valore reputazionale migliorando il proprio rating ESG: nella S di social ha grande rilievo il rapporto dell’azienda col territorio, in particolar modo con quello in cui opera.

La proposta qui delineata richiede a famiglie e studenti di essere più mobili nella zona di residenza. Ragion per cui la sperimentazione dovrebbe partire dalle scuole superiori dove gli studenti lo sono maggiormente. Ma è normale che anche da noi le famiglie un po’ per volta scelgano di abitare anche in funzione del tipo di scuole che preferiscono: anche questa è mobilità sociale..

Come si è detto il progetto delle scuole pubbliche autonome nasce da noi nel 2013, con il paper di Guido Tabellini e Andrea Ichino. Questi ha continuato a lavorare sul tema, ultimamente con l’intervista a “Educare alla libertà” da cui ho largamente tratto, omettendo i virgolettati per non appesantire lo scritto.

Il Next Generation EU pareva il contesto ideale per avviare questa sperimentazione: l’impegno ad avviare alcune centinaia di Scuole Pubbliche Autonome entro lo spazio temporale e i vincoli contrattuali del Pnrr sembrava il modo più sicuro per superare gli ostacoli frapposti in passato. Invece il ministro della Pubblica istruzione si oppose a che il progetto venisse anche solo portato al Consiglio dei ministri.

Adesso c’è una nuova occasione: i programmi elettorali che i partiti stanno preparando. Invito tutti a non votare per partiti nei cui programmi gli aumenti retributivi e le progressioni di carriera degli insegnanti non siano in funzione delle loro prestazioni. Invito tutti a votare e sostenere partiti che si impegnino di avviare la sperimentazione di un numero significativo di scuole pubbliche autonome. Personalmente è quello che farò.

da Il Foglio, 26 agosto 2022

oggi, 20 Luglio 2024, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
0
    0
    Il tuo carrello
    Il tuo carrello è vuotoTorna al negozio
    Istituto Bruno Leoni