Imposte e superstato: le passioni della sinistra

Non sarà l'aumento della spesa pubblica a far crescere l'economia europea

10 Maggio 2023

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Politiche pubbliche

Nelle prossime ore il Parlamento europeo discuterà una risoluzione volta a fare affluire più risorse alle istituzioni comunitarie. L’idea è che quanti più soldi arrivano a Bruxelles e tanto meglio è, dato che in quel modo è possibile intervenire con maggiore energia per favorire la crescita, accelerare la cosiddetta «transizione verde» e fare decollare ricerca e innovazione.

In realtà, ogni euro gestito dagli eurocrati è un altro euro tolto alle famiglie e alle imprese. Nel privato come nel pubblico, ogni scelta comporta costi e benefici: fare affluire più risorse agli euroburocrati significa lasciare ancor meno soldi ai cittadini, colpendo ulteriormente un sistema produttivo in difficoltà.

Non bastasse questo, un emendamento proposto da taluni esponenti del Pd e delle altre forze della sinistra vuole trovare queste risorse penalizzando i più ricchi. Sempre pronti ad accusare di demagogia gli avversari, i progressisti europei lasciano intendere con chiarezza che, a loro giudizio, in fondo non c’è nulla di male nel colpire chi ha grandi patrimoni. A questo punto non dovremo nemmeno stupirci quando dovesse essere legalizzato l’esproprio proletario: ovviamente al fine di realizzare «nobili» obiettivi di giustizia sociale…

C’è poi un altro aspetto assai grave e che non può essere ignorato. La proposta suggerisce che questa nuova patrimoniale a danno dei tycoon (e poi si vedrà quanto si deve possedere per finire entro quella categoria) non dovrebbe essere fissata e gestita dai vari Stati. Il populismo vetero-classista è quindi usato per giustificare un rafforzamento del potere europeo, poiché è esplicita la richiesta di dotare l’Unione europea di ulteriori entrate proprie, sganciando sempre di più il bilancio comunitario dalle scelte degli Stati nazionali. Eppure è ovvio che un’istituzione che riunisce quasi 30 Paesi può operare al meglio, senza sacrificare i diritti e gli interessi di qualche sua componente, se ogni realtà nazionale mantiene una qualche possibilità di contrastare decisioni e interventi.

Nella piccola Svizzera federale il potere centrale può disporre soltanto di due imposte e la loro esistenza deve periodicamente essere confermata nelle urne dal voto popolare. Nulla esclude, insomma, che un giorno Berna non disponga più della facoltà di tassare direttamente i cittadini svizzeri e debba quindi fare esclusivo riferimento ai contributi che a quel punto i cantoni le destineranno.

Perché tutto questo? L’idea è che in una società libera è bene lasciare autonomia e libertà di autogoverno alle realtà locali, così che anche le istituzioni di livello superiore siano finanziate da contributi delle istituzioni associate e si sforzino di soddisfare i cittadini. L’economia europea è in una fase difficile, che esige più spazio per il privato. Non sarà quindi con l’aumento della spesa pubblica, con scelte populiste e con un ulteriore rafforzamento dell’apparato unionista che si riuscirà a invertire la rotta.

da Il Giornale, 10 maggio 2023

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