Ilya Somin: Democrazia e ignoranza politica

I cittadini sono consapevoli di non poter incidere sul potere pubblico

27 Aprile 2016

LibroAperto

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Ilya Somin: Democrazia e ignoranza politica
IBL Libri, 2015, pp. 313, 20,00

Il problema dell’ignoranza politica, secondo fondati studi internazionali, affligge tutte le democrazie moderne. Ilya Somin, professore di diritto alla George Mason University School, ha cercato di analizzare il fenomeno nelle sue varie implicanze e di fornire risposte per ridurre le conseguenze che lo stesso ha sul corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.

In una indagine comparativa del 2014 prodotta da Ipsos MORI, una società di ricerche demoscopiche britannica, risulta che, tra i 14 paesi considerati, Stati Uniti e Italia si collocano rispettivamente al penultimo e all’ultimo posto circa la conoscenza della politica.

Un risultato che può determinare gravi effetti distorsivi circa il comportamento dell’opinione pubblica. Ad esempio, sovrastimare il tasso di disoccupazione può indurre pessimismi economico-sociali ingiustificati che si riverberano sulla crescita economica. Così come sopravalutare il tasso di omicidi oppure la percentuale di immigrati sul totale della popolazione può indurre esigenze di misure sempre più drastiche per imporre il rispetto della legge o timori esagerati di invasione straniera.

L’ignoranza, secondo l’autore, non pare comunque derivare da fattori culturali specifici bensì da un comportamento razionale degli elettori che scaturisce dalla convinzione prevalente che vi sia una bassa probabilità di essere in grado di influenzare gli esiti elettorali.

L’esasperazione del fenomeno si avverte ove più elevata è la dimensione che assumono l’apparato di governo e il potere pubblico.

Se, dunque, la democrazia deve essere governo del popolo e i governanti debbono rispondere del loro operato al popolo, come può essere effettuato un efficace controllo democratico se gli elettori non hanno una sufficiente conoscenza della politica? Cosa si può fare per alleviare il danno causato da una eccessiva ignoranza politica? Sono queste le questioni al centro del libro che, se anche esamina più approfonditamente la realtà statunitense, è istruttivo anche per noi, italiani ed europei, soprattutto in una fase di grande espansione di ogni sorta di deteriore populismo.

Peraltro, l’autore riconosce che è difficile fornire risposte definitive ad un problema irrisolto da oltre duemila anni. Furono i primi critici della democrazia ateniese a sostenere che Atene era destinata alla rovina perché le sue politiche erano stabilite da comuni cittadini ignoranti, mentre Cicerone nel 64 a. C. suggeriva al fratello, impegnato in una campagna elettorale per il Consolato, di promettere a tutti i suoi servigi dato che gli elettori, ignoranti e creduloni, difficilmente avrebbero chiesto al candidato di rendere conto delle promesse contraddittorie fatte in campagna elettorale.

Somin, con un ragionamento disarmante, ma purtroppo veritiero, sostiene che l’ignoranza politica dei cittadini è razionale in quanto è conseguente al fatto che il cittadino è consapevole di non poter incidere sul potere pubblico e quindi non è incentivato ad informarsi sulle questioni politiche.

Gli sforzi per rendere più informati gli elettori non sono risolutivi, per cui le soluzioni migliori per ridurre i pericoli insiti nell’ignoranza politica sono quelle: a) di ridurre le normative pubbliche e quindi l’ingerenza dello Stato nell’economia e nella società; b) di accrescere i livelli di decentramento delle decisioni politiche.

Con tali scelte il cittadino, secondo l’autore, potrebbe trovare minori difficoltà a comprendere la portata delle decisioni politiche e sarebbe incentivato a votare “con i piedi”. Termine quest’ultimo introdotto nel lessico politico da Charles Tiebout, economista statunitense, che ha analizzato il problema dell’offerta di beni pubblici da parte di governi locali in condizioni di mobilità dei cittadini da una comunità a un’altra. In sostanza, votare con i piedi, per questi professori, significa trasferire la propria residenza laddove si trovano risposte pubbliche più aderenti alle proprie convinzioni, con ciò punendo implicitamente le amministrazioni meno efficaci.

Questa teoria, recuperata nel suo libro da Somin, ha già subito notevoli critiche nella realtà accademica statunitense. Per di più, v’è da dire che la logica di fare esprimere il cittadino con la mobilità territoriale, se può avere una valenza nella realtà americana, difficilmente può trovare applicazione in una Nazione come l’Italia ove l’80 per cento della popolazione possiede una casa propria e, quindi, trova notevoli impedimenti a trasferirsi a seconda delle diverse politiche applicate dalle amministrazioni locali.

Ciò non toglie che il nodo dell’ignoranza politica sia un tema da affrontare come questione essenziale circa il futuro della democrazia. Per cui la tesi principale del libro, cioè che i cittadini dovrebbero essere portati a prendere una quantità maggiore di decisioni in ambienti nei quali abbiano validi incentivi a diventare bene informati, ha una sua ragion d’essere. Perché questo possa avvenire occorre seriamente pensare che limitazione dei poteri pubblici nazionali ed europei e decentramento dei poteri sono obiettivi da perseguire se si vuole salvare la stessa democrazia dalle logiche populiste o da un crescente astensionismo del voto.

Da LibroAperto, marzo 2016

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