ILVA: l'esperienza non insegna

Purtroppo i “salvataggi” di Stato tipicamente non fanno che prolungare l'agonia di un'impresa

Venticinque anni fa, l’area industriale di Taranto veniva dichiarata dal governo ad elevato rischio di crisi ambientale. L’imprenditore che l’aveva resa tale, con i propri impianti produttivi, si chiamava IRI. Cinque anni dopo, le acciaierie Italsider venivano cedute ai privati. Le questioni sanitarie e ambientali non sono mai state occultate: altrimenti non si spiegherebbero gli accordi di programma, le leggi regionali, le informative al Governo, il divieto di pascolo che da allora si sarebbero rincorsi. 

Adesso che sono prossime al collasso per i tentennamenti dei governi nazionali e regionali e le decisioni surrogatorie della magistratura, tra una proroga dei limiti di emissione di benzo(a)pirene e un sequestro, tra un tavolo tecnico e un monitoraggio, quelle acciaierie rischiano di tornare pubbliche. 

Alla vigilia di Natale, il governo ha approvato un decreto che nessuno ha ancora potuto leggere, perché non ancora pubblicato. Dal comunicato stampa, si apprende che, accanto alla creazione dell’ultimo dei tavoli istituzionali, che almeno ha la decenza di assorbire i precedenti, per la bonifica e la riqualificazione di Taranto, all’ILVA sarà garantita la prosecuzione dell’attività produttiva tramite un’amministrazione straordinaria che subentrerà all’attuale commissariamento.

Sentiremo dire che l’ILVA è un’impresa “strategica”, e pertanto deve essere salvata. Una gioco di prestigio che serve a coprire una umana e comprensibile preoccupazione della politica: salvaguardare dei posti di lavoro. 

Purtroppo i “salvataggi” di Stato, siano essi commissariamenti straordinari o vere e proprie rinazionalizzazioni, tipicamente non fanno che prolungare l’agonia di un’impresa, illudendo gli stessi lavoratori circa la solidità di produzioni che sopravvivono indipendentemente dalla razionalità economica – e che invece finiscono per dipendere dal calcolo razionale di chi misura perdite e guadagni col metro del consenso politico.

L’unica giustificazione razionale per affidare ora allo Stato la proprietà e la gestione dell’ILVA è il fatto che l’azienda è talmente compromessa, anche per essersi trovata in mezzo al conflitto tra governi e magistratura, che è altamente improbabile trovare un privato che voglia acquisirla. 

Ma questo fatto, di per sé, qualcosa vorrà pur dire. È possibile continuare a produrre acciaio, a Taranto, in condizioni non patentemente inaccettabili sotto il profilo ambientale e sanitario? Se siamo davvero convinti che la risposta sia sì, e il vero ostacolo all’appetibilità dell’azienda sono decenni di ammuina di Stato e decisori politici, allora è il caso di chiedersi se l’intromissione dello Stato sia la soluzione migliore per restituirle credibilità. 

Lo Stato acciaiere non ci ha lasciato il ricordo di una gestione particolarmente brillante, sotto il profilo imprenditoriale, e nemmeno “illuminata”, rispetto ai tanti problemi legati a questo tipo di produzione. Si merita, oggi, un assegno in bianco?

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