Il vertice sul clima si chiude con un guaio sulle tasse

L'obiettivo di ridurre le fonti fossili ha un riflesso sui prezzi e uno sul Pil

11 Novembre 2021

Il Foglio

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Ambiente e Energia

Mentre si avvicina la conclusione del vertice di Glasgow, i negoziatori si affannano per limare i documenti finali. Ieri il Segretariato ha diffuso le bozze dei tre testi in discussione: la dichiarazione della Cop26 (che raccoglie i 197 membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico), quella della Cma3 (i 175 firmatari dell’Accordo di Parigi) e quella della Cmp16 (i 192 aderenti al Protocollo di Kyoto). Sebbene vi siano forti sovrapposizioni, vi sono anche sottili differenze che esprimono le diversità nella composizione della platea. Vale la pena dunque concentrarsi sulla Cma3, che raccoglie i paesi maggiormente impegnati nella partita del clima. Quali sono i punti fermi, i probabili elementi di frattura e gli sviluppi attesi in vista del prossimo incontro, previsto nel 2022 a Sharm el-Sheikh? 

Intanto, le considerazioni generali prendono le mosse dall’importanza del multilateralismo: si tratta forse di una sottolineatura scontata, ma non irrilevante. Se eventi come questo hanno un senso, esso sta proprio nella capacità di costruire delle coalizioni in vista di un obiettivo comune. Nel passato, ci sono stati tentativi di disegnare una governance diversa. Prima c’è stata l’esperienza di Kyoto, basata sull’idea che i target ambientali andassero imposti dall’alto: non ha funzionato perché alcuni tra i più importanti o si sono sfilati (gli Stati Uniti) oppure non erano chiamati a fare uno sforzo significativo (la Cina). Poi c’è stata la scommessa di George W. Bush di costruire, in alternativa all’apparato elefantiaco dell’Onu, la “Asia-Pacific Partnership on Clean Development and Climate”, cioè un gruppo di soli sette paesi che, congiuntamente, rappresentavano più della metà delle emissioni globali. Anche quell’esperienza si risolse in un nulla di fatto. Fu così che si tornò sotto l’egida del Palazzo di vetro, ma cambiando completamente il registro e arrivando all’attuale meccanismo degli impegni volontari ma vincolanti una volta formulati. 

Insomma: il multilateralismo climatico è tanto più encomiabile quanto più si considera la crisi delle altre istituzioni multilaterali. Ciò nonostante, gli impegni per la riduzione delle emissioni e le risorse finanziarie stanziate per l’adattamento sono insufficienti a raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature “ben al di sotto di 2 gradi” rispetto ai livelli pre-industriali e se possibile entro la soglia di 1,5 gradi. Infatti, per raggiungere lo scopo le emissioni di CO2 entro il 2030 dovrebbero calare del 45 per cento al di sotto del 2010 e arrivare a net zero “attorno alla metà del secolo”, mentre gli impegni presentati puntano verso un (pur modesto) incremento del 13 per cento, Da qui l’esortazione a fare di più, secondo il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità alla luce delle differenti circostanze nazionali”. Una formula, questa, utilizzata per dire che i paesi che hanno storicamente responsabilità maggiori (l’occidente) dovrebbero farsi carico di una parte dei costi legati all’abbattimento delle emissioni nelle nazioni che ne saranno i maggiori produttori nel futuro (a partire dal Far East). Inoltre, gli stati più ricchi e sviluppati dovrebbero accettare sacrifici più duri rispetto a quelli che ancora devono percorrere buona parte del loro sentiero di sviluppo. 

Naturalmente, i richiami allo scale up delle ambizioni danno luogo a corrispondenti richieste di fondi. Non solo pubblici: “Chiediamo al settore privato, alle banche multilaterali di sviluppo e alle altre istituzioni finanziarie di mobilitarsi per mettere a disposizione le risorse necessarie… e incoraggiamo le parti a continuare a esplorare approcci e strumenti innovativi per mobilitare la finanza per l’adattamento da fonti private”. Il punto forse più delicato della dichiarazione è relativo alla trasformazione dei sistemi energetici. Non tanto nella parte in cui si invocano maggiori sforzi per l’installazione di fonti energetiche a basse (o nulle) emissioni, quanto soprattutto in questa frase, che verrà ancora molto rimaneggiata e che potrebbe addirittura scomparire: “Chiediamo di accelerare l’abbandono del carbone e dei sussidi ai combustibili fossili”. 

E’ un testo delicato perché incrocia non solo gli interessi finanziari, ma anche e soprattutto le fondamenta del contratto sociale in molti paesi. E questo viene troppo spesso ignorato o frainteso. Intendiamoci: i sussidi ai combustibili fossili (così come a ogni altra tecnologia) sono distorsivi e ci sono mille ragioni, sul piano dell’efficienza economica oltre che ambientale, per farne piazza pulita. Ma cosa sappiamo noi di questi sussidi ambientalmente dannosi? 

L’ultimo rapporto del Fondo monetario internazionale censisce sussidi complessivi alle fonti fossili per 5,9 migliaia di miliardi di dollari nel 2020, corrispondenti al 6,8 per cento del pil globale (e in crescita: saranno il 7,4 per cento nel 2025). Tuttavia, solo l’8 per cento di tale cifra consiste in un trasferimento finanziario diretto o indiretto ai beneficiari: il 92 per cento corrisponde alla mancata internalizzazione dei costi esterni, cioè al fatto che la politica fiscale non tiene adeguatamente conto dei danni sanitari e ambientali derivanti dall’utilizzo delle fonti fossili. In pratica: bisogna aumentare le tasse sui carburanti. Bene: ma dove? 

Quasi i due terzi dei sussidi alle fonti fossili si concentrano nei paesi dell’Asia e del Pacifico. Anche limitandosi ai sussidi espliciti che perlopiù hanno la forma di sconti sul prezzo delle commodity energetiche nei paesi ricchi di risorse essi sono un problema principalmente dei paesi esportatori di energia (273 miliardi di dollari, contro 64 miliardi dei paesi importatori nel 2020). In tali contesti, spesso caratterizzati da un basso o bassissimo pil pro capite, sono proprio queste agevolazioni a garantire alla popolazione il diritto al riscaldamento e alla mobilità. Si capisce, allora, la cautela con cui la questione viene affrontata: e si capisce soprattutto perché sarebbe inverosimile attendersi uno statement più netto da parte di un organismo multilaterale. Insomma: la Cop26 non verrà probabilmente ricordata come un evento storico. Ma è un passo nella direzione giusta, e scusate se è poco. 

da Il Foglio, 11 novembre 2021

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