Il vero rischio è l’inflazione

Una parte dei rincari riguarda i carburanti , in particolare il diesel e questo rischia di avere pesanti effetti sui costi di produzione

9 Ottobre 2026

ItaliaOggi

Lorenzo Torrisi

Argomenti / Economia e Mercato

L’aumento dell’inflazione, che non pare al momento potersi arrestare, non ha effetti solo sul potere d’acquisto delle famiglie, come evidenziato dall’Istat sui dati riferiti tra l’altro al secondo trimestre di quest’anno, ma anche sui conti pubblici e, conseguentemente, sulla Legge di bilancio che il Governo si appresta ad approvare e a sottoporre alla Commissione europea, oltre che al Parlamento.

Come ha fatto notare Giorgia Meloni nella sua lettera inviata a Bruxelles la scorsa settimana, infatti, vi sono spese indifferibili legate anche all’andamento dell’inflazione, come quelle per le prestazioni pensionistiche, che l’anno prossimo subiranno incrementi che, nel caso specifico delle pensioni, il Documento programmatico di finanza pubblica stima in circa 15 miliardi di euro. Eppure la rapida ascesa dell’inflazione non è un fenomeno nuovo, l’Europa l’ha già sperimentata dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Perché oggi sembra più problematico di allora? Secondo Nicola Rossi, professore di Economia all’Università di Roma Tor Vergata e consigliere d’amministrazione dell’Istituto Bruno Leoni, «in ambedue i casi si tratta di un’inflazione di origine esogena, ma il punto cruciale è vedere se resta un incremento episodico o se è può diffondersi nel sistema economico e porre le basi per divenire più duraturo».

Oggi c’è questo rischio?

Sì, perché una parte dei rincari riguarda i carburanti, in particolare il diesel, il cui prezzo incide su molti comparti del sistema, dall’agricoltura al trasporto e alla logistica. Questo può essere un fattore in grado di innescare un moltiplicarsi del fenomeno inflativo nel sistema economico.

E per quanto riguarda l’impatto dell’inflazione sui conti pubblici?

La lettera della Premier alla Commissione europea segnala che le regole di governance fiscale europee fanno riferimento a grandezze nominali, le quali in una fase di crescita dell’inflazione perdono molto del loro significato. Inoltre, i tassi di interesse non possono che recepire le tendenze inflazionistiche e determinare, quindi, maggiori oneri per il servizio del debito.

Sembra un po’ assurdo che nel disegnare le regole europee, approvate nel 2024, non si sia tenuto conto dell’impatto dell’inflazione, visto quello che era accaduto nel 2022…

Questo non fa altro che dimostrare quel che ripeto da tempo: nessun burocrate, per quanto intelligente e perspicace, e nessun economista, per quanto intelligente e competente, possono prevedere tutto quello che accade. Questa ingenuità ci rincorre da tempo.

In che senso?

È stato detto che regole originarie di Maastricht erano stupide, ma in realtà, come si vede oggi con chiarezza, erano le più intelligenti. Quelle più sofisticate che sono state scritte dopo, infatti, sono crollate di fronte a una realtà che si è presentata in forme e maniere che nessun economista o burocrate poteva immaginare.

Il Governo fa quindi bene a segnalare il problema e a chiedere una maggiore flessibilità?

Se ben intesa, non si tratta di una richiesta di flessibilità: palazzo Chigi segnala il fatto che, così come sono state formulate, le nuove regole fiscali rischiano di creare problemi non marginali. La pretesa della Commissione europea di poter conoscere il futuro è risibile, lo dico con tutto il mio spirito europeista.

Visto che l’Italia, la Francia e la Germania il prossimo anno sforeranno il 3% di deficit/Pil, questo parametro ha ancora senso?

È l’unico vincolo che ha funzionato dall’inizio del secolo: corrisponde alla media dei deficit pubblici su Pil dei Paesi europei nel corso degli ultimi 25 anni, a parte la parentesi post-Covid, ed equivale all’incirca alla media degli investimenti pubblici su Pil nel medesimo arco temporale. Questo vuol dire che il deficit è andato a finanziare gli investimenti pubblici, mentre le partite correnti si sono mantenute intorno al pareggio, che è proprio il risultato che si voleva raggiungere. Il fatto che l’Italia l’anno prossimo sforerà il 3% è conseguenza degli accordi presi con Bruxelles e bisognerà tenere conto di quello che accadrà la prossima primavera nel caso dovessimo uscire dalla procedura d’infrazione. La Francia, invece, è in condizioni molto più serie delle nostre, ma pone dei problemi a tutti.

Perché?

Se vi sono Paesi che per lungo tempo non sanno darsi, per molti motivi, una disciplina di bilancio, a un certo punto emergono le conseguenze. Il problema è che in tempi normali tutto questo sarebbe assorbibile in qualche maniera, oggi invece, con il debito pubblico che ovunque è a livelli record e si cominciano ad avvertire i segnali di una possibile crisi legata all’ondata di investimenti nell’AI, ogni incrinatura in un singolo Paese può diventare un problema serio anche per altri.

In queste condizioni cosa dovrebbe fare il Governo italiano pensando alla manovra?

Dovrebbe procedere con la massima prudenza. La manovra sarà tutto sommato abbastanza in linea con le precedenti o molto prudente, come giusto che sia.

A costo anche di rinunciare al taglio dell’Irpef per il ceto medio?

Non penso sia necessario arrivare a tanto. Credo che spazi per fare qualcosa di sensato ci siano, però è opportuno, come già credo stia facendo, che il ministro dell’Economia tenga la barra dritta e respinga le richieste spesso e volentieri immotivate che provengono dalla maggioranza. Questo anche per un motivo non marginale.

Quale?

Nonostante una politica di bilancio disciplinata e prudente portata avanti in questi quattro anni di legislatura, il consenso per la maggioranza non è sceso. Credo, quindi, che sarebbe deleterio, arrivati quasi all’ultimo miglio, invertire la rotta dopo che gli elettori hanno mostrato di apprezzare la stabilità e la credibilità che questo Governo ha offerto dal punto di vista delle politiche di bilancio.

Nel frattempo Bruxelles dovrebbe quanto meno aprire gli occhi sul problema segnalato dal Governo italiano?

Sinceramente non penso abbia senso aprire gli occhi su un problema una volta che si è determinato: Bruxelles dovrebbe capire che rincorrere architetture sempre più complicate e sofisticate, per certi versi barocche, nella governance fiscale non ha il minimo senso. Credo che si dovrebbe tranquillamente tornare all’impianto originario di Maastricht, sfrondando tutte quelle invenzioni che economisti e burocratici hanno successivamente generato.

Un passo politicamente non semplice: significherebbe smentire le scelte che si sono compiute.

La Commissione europea è già stata smentita quando è stata demolita la governance fiscale elaborata dopo Maastricht, creando un sistema di regole che oggi mostra tutti i suoi limiti. Le burocrazie, purtroppo, raramente ammettono di aver sbagliato, anche di fronte all’evidenza. Forse verrà messa una pezza quando sarà troppo tardi.

Nel frattempo si stanno registrando tensioni sui mercati dei titoli di stato. Servirebbe un’azione incisiva della Bce come nel 2012?

Per il momento la Bce sta facendo quello che è scontato che faccia: mantenere una politica piuttosto prudente e tenere conto dell’andamento delle prospettive inflazionistiche. Non credo assolutamente che siamo in una situazione simile a quella di quindici anni fa, anche se, come dicevo prima, i segnali, i rumori che arrivano soprattutto dagli Stati Uniti sono tali per cui l’attenzione va tenuta al massimo livello .

oggi, 10 Ottobre 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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