Il teatro dell’Opera e il teatrino del sindacalismo

Ostacolare ogni tentativo di risanamento è stato l'ultimo atto di un sindacalismo a oltranza incapace persino di rappresentare la maggioranza dei lavoratori

28 Settembre 2014

IBL

Argomenti / Politiche pubbliche Teoria e scienze sociali

Il teatro d’opera è una grande tradizione del nostro Paese. Qui il “recitar cantando” ha avuto origine con la Camerata de’ Bardi e Monteverdi, qui sono nati compositori del calibro di Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi, qui i maggiori teatri nazionali hanno ancora una stagione lirica annuale.

Ma non bastano i nostri teatri per mantenere l’eccellenza del teatro lirico-sinfonico.

Servono persone, competenze, capacità di attrarre nuovi finanziatori privati, e un pubblico più ampio e più giovani.

La dimissioni di Riccardo Muti dall’Opera di Roma hanno, in questo contesto, un’importanza che va oltre il caso personale. Sono la risposta del grande direttore al conservatorismo sterile incarnato, anche in questo settore, da i sindacati.

Per troppi anni gli impiegati delle fondazioni liriche hanno beneficiato di privilegi (clamoroso il caso delle indennità concesse) e per troppi anni queste istituzioni sono state tenute in vita coi soldi di tutti. Basti pensare che nel 2013 solo la Scala e l’Arena di Verona hanno incassato dal botteghino più di quanto hanno ricevuto dallo Stato, mentre in tutti gli altri casi il rapporto è stato clamorosamente sbilanciato: gli incassi derivanti dal botteghino sono stati largamente inferiori.

Un piano di risanamento di questi  teatri non può non passare per un recupero di efficienza, anche attraverso un ripensamento delle condizioni contrattuali a cui queste enti hanno abituato i loro collaboratori. 

Chi non voglia accettarlo, non protesta contro Muti né contro la sovrintendenza del teatro, ma protesta contro l’unico tentativo rimasto di salvare una parte importante della cultura italiana.

I salvagente del Fondo unico per lo spettacolo (pari nel 2013 a 183 milioni di euro, a cui ovviamente vanno aggiunti quelli erogati dagli enti territoriali), del Fondo di rotazione e dei commissariamenti non sono stati, evidentemente, la strada appropriata o quantomeno sufficiente.

Ostacolare ogni tentativo di risanamento – come il piano presentato dal Teatro dell’Opera, accettato con referendum dalla maggior parte dei lavoratori tranne una minoranza di sigle sindacali – è stato l’ultimo atto di un sindacalismo a oltranza incapace persino di rappresentare la maggioranza dei lavoratori.

Non resta che calare il sipario per fallimento. 

Nulla vieta che una nuova fondazione possa poi rialzarlo, con una struttura e delle finalità che, dall’esperienza della liquidazione, hanno compreso di dover necessariamente essere più sostenibili. 

Tutte le altre vie sono state tentate, non rimane che questa.

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