Il sistema federalistico e la democrazia diretta

L'Italia è entrata in una fase storica nuova: i governanti sono pronti a delegare al popolo le decisioni più controverse?

26 Giugno 2018

Corriere del Ticino

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Nel corso degli ultimi decenni il successo della Svizzera ha generato riflessioni orientate a considerare la Confederazione quale modello: e così si è immaginato di trapiantare almeno alcuni suoi tratti in Israele, Sud Africa e altrove. Da un trentennio pure in Italia si è guardato a nord di Chiasso per trovare soluzioni utili a favorire una migliore organizzazione giuridica. Con la nascita della Lega lombarda, prima, e la costituzione della Lega Nord, poi, la Svizzera è stata spesso evocata entro il dibattito italiano quale sinonimo di federalismo. A un’Italia da sempre molto differenziata al proprio interno s’intendeva suggerire una struttura istituzionale capace di riconoscere un dato elementare: e cioè che a problemi diversi vanno date risposte diverse. Localizzare il potere sarebbe dovuto servire a evitare la redistribuzione territoriale delle risorse, ma anche a introdurre regole meglio in grado di soddisfare realtà che sono culturalmente ed economicamente molto distanti tra loro.

Il progetto federale della Lega, però, non ha avuto successo. Per giunta, oggi si può dire che la stessa Lega ha radicalmente mutato i propri piani, tanto da togliere ogni riferimento alle regioni settentrionali. Puntando a ottenere consensi anche nel centro e nel sud, la Lega ha accantonato i disegni di riforma federale e ha focalizzato la propria azione su altre questioni: dal contrasto all’immigrazione alla sicurezza.
Nel nuovo Esecutivo italiano ché si è costituito nelle scorse settimane, però, c’è una novità che ha molto a che fare con la realtà elvetica. Per la prima volta nella storia, infatti, è stato istituito un Ministero per la democrazia diretta. La guida è stata affidata a Riccardo Fraccaro, parlamentare del Movimento Cinque Stelle, il partito fondato alcuni anni fa da Beppe Grillo e che alle ultime elezioni ha conseguito più del 30% dei voti.

Sebbene si tratti di una formazione politica con una struttura decisionale molto verticistica, il movimento grillino chiede da sempre che vi sia una maggiore partecipazione. Il cosiddetto populismo del M5S si basa proprio sulla contrapposizione tra l’élite e la massa, ed esige che sia la gente comune a decidere su ogni cosa. Uno degli slogan più utilizzati e controversi della battaglia del M5S è proprio «uno vale uno»: come a dire che su ogni tema è bene che la soluzione risulti dalla somma delle opinioni di tutti.

Non è facile sapere, in questo momento, come concretamente opererà tale Ministero. È probabile però che Fraccaro provi a estendere alla sfera delle decisioni pubbliche quel tipo di partecipazione diretta, favorita dall’informatica, che ha caratterizzato la vita del suo movimento, dove ripetutamente gli iscritti sono chiamati a esprimersi. È anche possibile, però, che l’altro tema elvetico che ha attraversato la vita politica italiana nei decenni scorsi, quello del federalismo, torni alla luce proprio grazie alla partecipazione dei cittadini.

Va in effetti sottolineato che quella condotta da Salvini che ha preso un partito secessionista del nord e l’ha trasformato in una forza «sovranista», italiana e nazionalista non è stata un’operazione facile. Ancora oggi la maggior parte dei suoi voti viene dal settentrione e in alcuni territori la propaganda del movimento che fu di Umberto Bossi non ha abbandonato le vecchie parole d’ordine: come hanno mostrato i referendum sull’autonomia in Lombardia e in Veneto dell’ottobre scorso. Soprattutto a Vicenza, Padova e Treviso è fortissima la volontà di ottenere un’autonomia che, nelle richieste della gente comune, sostanzialmente coincide con il diritto all’autogoverno: dandosi proprie regole e ponendo fine a quel trasferimento di risorse che penalizza l’economia veneta per circa 20 miliardi di euro ogni anno.

Nel quadro di una società quale è quella dell’Italia odierna, in cui l’intera classe dirigente è stata messa in discussione e con essa l’assetto istituzionale ereditato dal passato, da un momento all’altro potrebbero aprirsi prospettive inedite. E una delle tensioni cruciali dell’Europa contemporanea contrappone proprio la costituzione e la democrazia, le regole che strutturano il potere e la volontà di un popolo che vuole dire la propria su tutto. La crisi catalana è la manifestazione più evidente di tale contrasto, che però è ben riconoscibile anche in altri teatri dell’Occidente.

In sostanza, non si può escludere che negli anni a venire due dei pilastri dell’ordine sociale elvetico (il federalismo e la democrazia diretta) dominino il dibattito pubblico italiano. Se ai cittadini verrà offerta la possibilità di decidere in prima cosa come organizzare la propria vita pubblica, sembra quasi fatale che vi sarà chi domanderà di attribuire maggiori poteri alle periferie, organizzare informa pattizia le relazioni tra le comunità (ma anche tra il centro e la periferia), esercitare un pieno autogoverno.

Gli italiani sono entrati in una fase storica nuova, nella quale giocherà un peso rilevante la capacità di tenere sotto controllo i conti pubblici. Ma in questa transizione verso un diverso ordine politico è facile prevedere che i nuovi governanti siano pronti a delegare al popolo le decisioni più controverse: aprendo la porta a ogni possibile esito.

dal Corriere del Ticino, 26 giugno 2018

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