Il «sistema dei professori» è il male degli atenei

Se si gestissero gli atenei come fossero delle imprese la situazione sarebbe molto diversa, ma c'è anche dell'altro

24 Giugno 2024

Il Giornale

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Ha comprensibilmente suscitato scandalo la notizia di quel ricercatore dell’università di Urbino che, secondo le cronache, sarebbe inattivo da 21 anni senza mai smesso di ricevere lo stipendio. Non sappiamo se la vicenda sia stata raccontata in modo corretto, ma quel che è peggio è che essa è verosimile, dato che situazioni di questo tipo si trovano in tanti atenei italiani.

Per giunta, questa è solo la punta di un iceberg. Sebbene di rado si abbia a che fare con ricercatori del tutto assenti e da decenni (aiutati in questo dal fatto che i ricercatori non hanno obblighi d’insegnamento), più comune è la situazione di professori e ricercatori – per così dire – a bassissima produttività. E se in università non è certo facile entrare, ancor più difficile è uscire: qualsiasi cosa si faccia o non si faccia.

All’origine di tutto c’è il carattere prevalentemente statale delle università. Nessuno si può sorprendere che, nell’Italia dei cartellini timbrati da un collega, una professione per sua struttura assai libera com’è quella dell’universitario offra notevoli possibilità di sottrarsi a obblighi e impegni. Se gli atenei fossero imprese, e quindi fossero chiamati a gestire al meglio le proprie risorse per offrire servizi di qualità agli studenti, le cose andrebbero diversamente. C’è però anche dell’altro.

In Italia, infatti, il mondo universitario è caratterizzato dall’autogoverno dei professori. Questo significa che negli atenei tutti i ruoli amministrativi più importanti (dal rettore al direttore di dipartimento, per intenderci) sono affidati a docenti eletti essenzialmente da docenti. Da ciò discende che non vi è un serio sistema di verifica e controllo: alla fine, ogni professore e/o ricercatore deve solo periodicamente comunicare l’elenco delle pubblicazioni, delle ricerche a cui ha preso parte e via dicendo. Di conseguenza, di sanzioni in senso stretto non ce ne sono.

La cosa interessante è che entro questo universo del tutto autoreferenziale, molto più al servizio dei docenti che gli studenti, nessuno si sogna di mettere in discussione il sistema. Le proposte che vengono fatte puntano invece a moltiplicare i controlli formali e di conseguenza ad aggravare uno dei mali dell’università: la sua burocratizzazione. Ogni dipendente dell’università che non decida di scomparire per alcuni lustri, infatti, è sempre più assorbito da incombenze che poco o nulla hanno a che fare con la docenza e con la ricerca.

In questo quadro, l’unico modo per rischiare di non ricevere lo stipendio, allora, consiste nel finire in quei processi da Santa Inquisizione che talvolta vengono allestiti per difendere l’ideologia di regime: come è accaduto a una lista sempre più lunga di professori (perché hanno insultato una parlamentare, hanno apprezzato l’esposizione a testa in giù di un volume, hanno criticato il presidente della Repubblica ecc.). Se però uno sta nel gregge e non mette in discussione i sacri dogmi del conformismo accademico, può anche poltrire senza alcun problema.

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