Il protezionismo climatico europeo fa male all’economia senza far bene all’ambiente

Le dichiarazioni europee confermano quel che è ovvio, cioè che le politiche climatiche rappresentano un costo per l’economia europea

6 Gennaio 2026

Istituto Bruno Leoni

IBL

Argomenti / Ambiente e Energia

Il 1 gennaio è entrato in vigore il dazio europeo sul contenuto carbonico di alcuni beni importati: si scrive politica ambientale, si legge protezionismo.

Sulla carta, il Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam) fa parte del Green Deal europeo e serve a garantire che la competizione tra le imprese europee e quelle estere sia ad armi pari. In teoria, dunque, farà pagare ai prodotti esteri quegli stessi costi che dovrebbero essere sostenuti se quei beni fossero realizzati, a parità di emissioni, all’interno dell’Ue. In realtà, si tratta di un meccanismo infernale, che non solo obbligherà gli importatori a dichiarare, sotto la propria responsabilità, informazioni sull’impronta carbonica dei prodotti importati che sono pressoché impossibili da verificare, ma – come ogni dazio – non potrà che danneggiare l’economia europea.

Il danno potrebbe arrivare attraverso due canali principali. In primo luogo, poiché il Cbam si applica solo ad alcuni settori (ferro e acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità), aumentandone i costi, potrebbe diventare conveniente importare direttamente i prodotti finiti. Secondariamente, anche ammesso che il Cbam raggiunga il suo risultato di rendere la concorrenza “leale” all’interno dell’Unione, non potrà in alcun modo sostenere i produttori europei che competono sui mercati esteri: questi, infatti, perderanno gradualmente la possibilità di ottenere gratuitamente un certo numero di permessi di emissione, lo strumento finora utilizzato per frenare la delocalizzazione delle industrie soggette alle regole ambientali Ue. Dopo aver ignorato per anni queste critiche, Bruxelles adesso sembra voler correre ai ripari: da un lato, estendendo il Cbam ad alcuni settori a valle; dall’altro, istituendo un fondo per compensare gli esportatori (che nel passato era stato bocciato perché incompatibile con le regole del commercio internazionale). È evidente che in questo modo il meccanismo, anziché diventare più efficace, diventa ancora più cervellotico e distorsivo, oltre ad alimentare le frizioni coi partner commerciali.

Insomma: a conti fatti, il Cbam appare una soluzione in cerca di un problema, che compromette un sistema che tutto sommato funzionava mettendo a repentaglio sia la competitività delle imprese europee, sia la credibilità dell’Ue quando parla di clima. Il Cbam ha un solo merito: la stessa retorica che lo accompagna conferma quel che è ovvio, cioè che le politiche climatiche rappresentano un costo per l’economia europea. Magari necessario, magari desiderabile, magari sostenuto da un ampio consenso politico, ma comunque un costo: che, in quanto tale, non va negato o ignorato, ma riconosciuto e, se possibile, minimizzato. Né l’una né l’altra cosa sono state fatte; spesso si è andati proprio nella direzione opposta.

Gli elettori lo hanno capito perfettamente. Speriamo che anche i decisori politici ne prendano atto, prima che sia troppo tardi. 

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