Il primo vero voto europeo

Le elezioni del 2019 nell'UE dovrebbero ricordarci l'assetto istituzionale continentale deve essere ripensato

21 Settembre 2018

Corriere del Ticino

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Fino a pochi anni fa in Europa vi era un ampio consenso in merito al progetto di unificazione continentale. Il dibattito politico vedeva confrontarsi quanti volevano un’Europa più socialista oppure più liberale, quanti la volevano ancorata ai valori cristiani e quanti invece esaltavano le radici illuministe, ma nei fatti si condivideva la necessità di consolidare le istituzioni comuni e dirigersi verso una struttura di potere sempre’ più forte. Al tempo stesso, a Bruxelles non erano state affidate competenze rilevanti e, soprattutto, al centro della discussione politica a Parigi come a Berlino, a Londra come a Roma rimanevano questioni di carattere nazionale. Per questo motivo, dal 1979 in poi le elezioni del Parlamento europeo sono spesso state vissute quali competizioni interne: l’Europa era voluta e anche desiderata, ma tutti avevano un po’ la consapevolezza che fosse un progetto per i decenni a venire. Il risultato è che ogni selezione dei parlamentari europei riproponeva conflitti interni: era uno scontro che serviva a consolidare il governo nazionale oppure a indebolirlo.

Adesso molte cose sono cambiate. Mentre in occasione delle scorse elezioni europee in un Paese come la Slovacchia solo il 13% degli aventi diritti al voto si è recato alle urne (e percentuali di poco superiori si sono registrate in Repubblica ceca o in Polonia), è facile prevedere che l’anno prossimo si avrà una contesa assai più vivace. La ragione di tutto ciò è che in questi anni sono accadute due cose: da un lato, l’Unione ha accresciuto i poteri e la sua capacità d’influire sulle scelte dei governi e sui sistemi legislativi; dall’altro, essa ha suscitato una forte reazione avversa, fino al punto che l’euroscetticismo è divenuto il collante di un’alleanza di partiti detti «populisti» che per alcuni anni hanno giocato ai margini degli schieramenti nazionali, ma che ora hanno preso il controllo di tanti esecutivi. Nei conflitti che caratterizzano la politica contemporanea l’Europa è quindi una realtà cruciale, amata e avversata, e proprio quanti più la contrastano ne hanno fatto, in un certo senso, la protagonista del dibattito pubblico. C’è, in questo, qualcosa di paradossale, dato che è stata proprio la crisi dell’Unione a porla al cuore di tante discussioni. Ci si appresta così ad assistere, in occasione delle elezioni del 2019, a un duro confronto tra l’asse Merkel-Macron e i suoi avversari: i governanti dell’Europa centrale (il cosiddetto gruppo di Visegrad) e quelle formazioni occidentali che formulano nei riguardi di Bruxelles un giudizio negativo. La sfida è aperta, specie se si considera che il presidente francese è ora in difficoltà (i sondaggi segnalano un suo progressivo indebolimento) e che la CDU tedesca sta valutando di allearsi perfino con la sinistra post-comunista della Linke, nella consapevolezza che la somma dei voti democristiani e socialdemocratici potrebbe essere presto insufficiente ad assicurare la maggioranza. L’ampio consenso moderato e filo-Unione degli scorsi anni appartiene ormai al passato e se è difficile dire quale maggioranza vi sarà nel prossimo Europarlamento, è sicuro che un’eventuale affermazione dei populisti ci porterebbe in uno scenario inedito.

Dinanzi a questo quadro, che presenta qualche pericolo e tra gli altri la possibilità che il mercato interno europeo possa essere messo in discussione dai risorgenti nazionalismi statocentrici, bisogna saper cogliere pure qualche opportunità, dal momento che l’assetto istituzionale continentale deve essere ripensato. L’Europa è un fatto. È una realtà culturale, storica, civile ed economica di cui non può essere messa in discussione l’esistenza e nella quale le comunità elvetiche hanno sempre trovato il loro posto. I problemi odierni sono in larga misura il risultato di un progetto dirigista e di una gestione elitaria, lontani dalla sensibilità della gente comune, orientati a imporre ovunque un certo modello di società e diritto. Come se gli ungheresi potessero trasformarsi in parigini, oppure i greci in svedesi. La crisi dell’Unione costringe a ripensare ogni cosa e adesso si tratta di capire quali istituzioni comuni gli europei sono disposti ad accettare e quale ruolo devono avere sulla scena globale. In tale contesto che ci porterà ad assistere a elezioni per l’Europarlamento che saranno davvero (stavolta) elezioni europee, anche gli svizzeri devono far sentire la loro voce: consapevoli che un’Europa più adeguata alle sfide del nostro tempo possa aiutare la stessa Confederazione a dirigersi verso un futuro migliore.

Da Il Corriere del Ticino, 21 settembre 2018

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