Il Nord che produce non è immortale

La cultura conta, ma il peso di regole e tasse, oltre una certa soglia, può soffocarla

4 Settembre 2026

ItalyPost

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

La differenza fra i ricchi e i poveri è che i ricchi hanno più soldi. Una battuta che la leggenda attribuisce a Ernest Hemingway, in risposta alle lamentele di Scott Fitzgerald sui ricchi. Vale per le singole persone, non per gli aggregati di persone. Se tutto il mondo è nato povero, viene naturale chiedersi perché alcune aree si sono arricchite e altre no.

La vicenda del Nord Italia smentisce quasi tutti i luoghi comuni sul tema. Sono ricchi quelli che nascono in mezzo alle materie prime? La valle padana era propizia per l’agricoltura, ma è sempre scarseggiata di miniere e giacimenti. Ci si arricchisce con lo sfruttamento coloniale? Il Nord è rimasto diviso e sottoposto a dominazioni straniere fino al 1861, e le avventure coloniali italiane successive non nascono certo dagli imprenditori tessili padani. È una questione di regole e istituzioni? Senz’altro, ma con le stesse regole e istituzioni il divario di reddito pro capite fra Nord e Sud non si è mai davvero ridotto dall’Unità in poi, salvo una decina d’anni dopo la seconda guerra mondiale.

La differenza fra Nord e resto del Paese non è antropologica, è culturale. Anche parlare di Nord, o di Padania, significa comunque riferirsi a un’espressione geografica: la Liguria non è il Veneto, il Friuli non è la Lombardia. Quest’ultima è fra le regioni più ricche d’Europa fin dall’età dei Comuni. Il Veneto post-unitario era poverissimo, e la il suo sviluppo è arrivato soprattutto fra anni Settanta e Ottanta, con il modello dei distretti industriali.

Ciò che unisce questi territori è l’etica del lavoro e la propensione a fare impresa: c’è la convinzione diffusa che il riscatto personale passi dall’economia. Il brianzolo ha della politica la stessa opinione del messinese, ma uno pensa che anche il gioco economico sia truccato, per tante ragioni comprensibili, dalla mafia allo Stato, l’altro meno.

Con l’Istituto Bruno Leoni portiamo da anni alcune prime lezioni di economia nelle scuole superiori, in istituti piemontesi, lombardi, talvolta campani. È un aneddoto, non una statistica, ma colpisce che gli adolescenti del Nord tendano a considerare l’impresa privata una possibilità concreta: quelli del Sud, spesso, non ci hanno mai pensato.

La capacità di lavoro del Nord ha prodotto ricchezza, che ha attratto capitale umano dal Sud. Anche in questo caso non è questione antropologica: fra i più straordinari imprenditori del Nord, un’ampia quota è composta da meridionali saliti in cerca di lavoro e poi fattisi da sé. Fattori culturali hanno reso possibile un ambiente favorevole all’impresa, quasi a dispetto di tutto.

Per questo la classe politica ha dato il Nord per scontato: lo ha fatto per tutta la prima Repubblica, fino alla nascita della Lega, e lo ha ripreso a fare negli ultimi anni. “Eppur si muove”, senza che si faccia granché per agevolarne il movimento. Anzi, lo si ostacola.

Fino a quando può durare? L’europeizzazione dell’Italia ha portato una severità nel far rispettare le norme prima sconosciuta. Le vecchie scappatoie, che davano ossigeno soprattutto ai piccoli, sono sparite. Di allargare la maglia delle regolamentazioni si discute per il Sud, con le ZES, non per il Nord. A regole (spesso di origine UE) soffocanti si somma il bizantinismo delle norme e delle tasse italiane. La manifattura si è globalizzata, ma i servizi restano impantanati in un corporativismo ostile all’innovazione. Intanto la competizione globale si fa più dura, e le imprese padane dovranno probabilmente affrontare, nei prossimi anni, uno sforzo di adattamento notevole. La cultura conta, ma il peso di regole e tasse, oltre una certa soglia, può soffocarla.

oggi, 4 Settembre 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
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