Il neoliberismo non c'entra!

Quello del mercato pervasivo e tirannico è semplicemente un mito

1 Aprile 2019

Formiche

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Il sovranismo ha successo perché promette agli elettori di restituire loro il controllo in un mondo che ci è scappato di mano, dove le decisioni rilevanti hanno luogo sempre più lontano dal vissuto delle persone. In un mondo di operatori finanziari che muovono strepitose masse di denaro con un click, non ci si divide più sull’economia: si combatte contro l’economia. Ma se guardiamo oltre le differenze di superficie, al di là della chiacchiera, alle proposte dei cosiddetti populisti e a quelle degli establishment che essi incessantemente attaccano, le differenze appaiono piuttosto modeste.

Ci sono parole che vengono usate quasi esclusivamente a sproposito: se un tempo avevano un significato chiaro, lo hanno perso. Neoliberismo è una di queste. Che cosa sia di preciso, non lo sappiamo: nei molti saggi che lo indicano come un nemico pubblico c’è di tutto, tranne una definizione chiara. Non c’è disastro, negli scorsi anni, dall’incendio della Grenfell tower al virus Ebola, che non abbia trovato qualche politico (o qualche intellettuale) pronto a imputarlo al neoliberismo.

È storia vecchia. Per come siamo fatti, noi facciamo fatica ad accettare la complessità. Pensiamo che, in un mondo complesso, i nessi causali debbano essere semplici: se qualcosa va storto, dev’essere colpa di qualcuno. Deve esserci, se non proprio un progetto malefico, almeno un mandante. Questo bisogno di un colpevole è ciò che spiega quella che è, oggi, la narrazione dominante sul nostro presente. Dai giornali abbiamo appreso il racconto che le disuguaglianze stanno crescendo, che le nostre società sono sempre più polarizzate. Se ciò avviene, dev’essere perché talune scelte politiche hanno consentito “di concentrare la ricchezza nelle mani di pochi”. C’è per forza un disegno di sfruttamento: se i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, vuol dire che i primi rubano e i secondi si lasciano derubare.

Ovviamente, perché la tesi tenga, questo mercato “lasciato a sé stesso” dovrebbe esserlo per davvero. È proprio così? Nel discorso comune, l’ipotesi della totale sregolatezza del mercato è del tutto compatibile con il diluvio di tasse, norme e regole del quale pure ciascuno di noi si lamenta appassionatamente non appena deve rifare una soletta o quando arriva l’imposta rifiuti da pagare.

I due indizi principali, politiche di liberalizzazioni e deregulation, restano sostanzialmente una rarità in molti Paesi occidentali, il loro effetto spesse volte è più che bilanciato da iniziative di carattere contrario, e sono state messe in atto consapevolmente, come progetto unitario di riforma della società, solamente in un paio d’occasioni, trent’anni fa, negli Stati Uniti e in Inghilterra, con Ronald Reagan e Margaret Thatcher.

Se ci guardiamo attorno, non fatichiamo ad accorgerci che la tassazione non è mai stata tanto elevata, le frontiere dell’intervento pubblico non sono mai state spinte così in avanti, la Gazzetta ufficiale e i suoi equivalenti in tutto il mondo non hanno mai avuto così tante pagine. Davvero il problema è che tutto questo non è ancora abbastanza?

Il cosiddetto sovranismo ha successo perché promette agli elettori di restituire loro il controllo in un mondo che ci è scappato di mano, dove le decisioni rilevanti hanno luogo sempre più lontano dal vissuto delle persone. In un mondo di operatori finanziari che muovono strepitose masse di denaro con un click, non ci si divide più sull’economia: si combatte contro l’economia. Ma se guardiamo oltre le differenze di superficie, al di là della chiacchiera, alle proposte dei cosiddetti “populisti” e a quelle degli establishment che essi incessantemente attaccano, le differenze appaiono piuttosto modeste: gli uni vorrebbero tutto e subito, gli altri insistono sulla necessità di procedere per gradi. Il punto d’arrivo è il medesimo: una società nella quale lo Stato pesa ancora di più e l’individuo ancora di meno. Di liberalizzazioni e deregolamentazioni non se ne fanno da anni: le combattevano i partiti dell’establishment, le combattono i loro nemici. Per la narrazione dominante, restituire alle persone il controllo sulla propria vita significa, evidentemente, dir loro cosa fare come consumatori o come imprenditori.

Pensiamo all’Italia. Nel nostro Paese, la spesa pubblica sfiora la metà del Pil, sono in vigore oltre 250mila leggi, esistono almeno 8mila società a partecipazione pubblica, i servizi pubblici locali sono affidati senza gara a società cosiddette in house, se vuoi affittare un tuo appartamento a uno studio professionale invece che a una famiglia hai bisogno di un’autorizzazione, non puoi ristrutturare una soletta o un abbaino nella tua proprietà senza chiedere permesso alle autorità municipali. Ognuno continui l’elenco come preferisce. La spesa pubblica è il 38,9% del Pil, la pressione fiscale il 43%. Il bisogno di trovare un nemico è quanto di più umano ci sia. Ma sono i fatti che dovrebbero indurci a capire che la notizia dell’egemonia del neoliberismo è grandemente esagerata.

da Formiche, 1 marzo 2019

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