Il mercato del lavoro

Il mercato del lavoro del Regno Unito risulta quello meno rigido mentre dalla parte opposta si trova quello francese. L'Italia si trova precisamente a metà

1 Giugno 2021

IBL

Argomenti / Diritto e Regolamentazione

INTRODUZIONE
La regolamentazione del mercato del lavoro ha un impatto diretto sulle scelte riguardanti la competizione, l’allocazione del capitale e l’organizzazione industriale in tutti i settori dell’economia.
A parità di altri fattori, un mercato del lavoro caratterizzato da una regolamentazione più rigida è solitamente associato con tassi di occupazione minori, costi di aggiustamento maggiori durante e dopo una crisi economica e una presenza persistente di economia sommersa.
La regolamentazione del lavoro implica sì la protezione del lavoratore e dei suoi interessi, ma rischia di rallentare la ripresa economica sia in caso di una crisi economica che di cambiamenti tecnologici. In particolar modo una maggior rigidità del lavoro impedisce una rapida ed efficiente riallocazione dei fattori produttivi, contribuendo all’indebolimento dell’economia. Inoltre, una maggiore protezione degli insider, cioè degli attuali occupati a tempo indeterminato, rischia di andare a detrimento degli outsider, che avranno maggiore difficoltà a trovare un’occupazione stabile.
Per comprendere meglio la situazione del mercato del lavoro è utile controllare ai dati forniti dall’OCSE mettendo a confronto i grossi Paesi europei (Italia, Francia, Spagna e Germania) e i Paesi scandinavi considerati a torto quelli più “socialisti”.
Nel grafico qui riportato è possibile vedere uno degli indicatori sintetici sulla rigidità del lavoro ossia la difficoltà nell’effettuare licenziamenti individuali e collettivi. I valori sono espressi secondo un indice. (rielaborazioni grafiche di Nazareno Lecis, fonte OECD)

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Come si può notare la situazione attuale di Germania, Italia e Francia è molto simile, soprattutto in seguito al Jobs Act, e la rigidità è superiore rispetto alla Spagna e ai Paesi scandinavi.
La situazione, contrariamente a quanto spesso viene affermato, non è così diversa neanche per i contratti temporanei o a tempo determinato in cui la rigidità è scesa nel tempo ma che ci vede ancora ai primi posti (con una nuova impennata negli ultimi anni per effetto delle disposizioni contenute nel Decreto Dignità e in altri provvedimenti analoghi).

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METODOLOGIA
L’Indice delle liberalizzazioni riprende le elaborazioni condotte dal Lithuanian Free Market Institute per il suo Employment Flexibility Index. La metodologia utilizzata è basata sullo studio di quattro pilastri:

  • La regolamentazione dell’assunzione e come questa influenzi i vincoli contrattuali in termini di tempistiche e di requisiti minimi salariali;
  • la disciplina degli straordinari e il numero di giorni di ferie retribuiti;
  • le regole di licenziamento riguardano gli adempimenti legali obbligatori richiesti per i licenziamenti per ragioni economiche;
  • il costo del licenziamento riguarda i requisiti di notifica, il trattamento di fine rapporto e le penalità dovute per termine del contratto anticipato. L’unità di misura sono le settimane di salario e includono le spese di protezione di colui che parso il lavoro per un anno dal licenziamento.

I primi tre indicatori, inoltre, rappresentano la rigidità del mercato e hanno un peso di 75%, mentre il quarto contribuisce per il 25%.

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Il grafico sintetizza i risultati ottenuti applicando la metodologia descritta sopra.
Il mercato del lavoro del Regno Unito risulta quello meno rigido mentre dalla parte opposta si trova quello francese. L’Italia si trova precisamente a metà.

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