Il liberalismo personalista di De Jouvenel

Dal corporativismo giovanile al liberalismo personalista: il percorso di Bertrand de Jouvenel nel Novecento europeo

24 Febbraio 2026

Avvenire

Flavio Felice

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Esistono pensatori che sembrano aver vissuto più vite in una sola, attraversando le tempeste del Novecento con una traiettoria intellettuale così complessa da sfuggire a ogni etichetta superficiale. Bertrand de Jouvenel (1903-1987) è certamente uno di questi. Se oggi è celebrato come un rilevante esponente del pensiero liberale contemporaneo, il volume di Gabriele Ciampini, Bertrand de Jouvenel (IBL Libri, pagine 174, euro 14,00), ha il merito di ricordarci che il suo approdo al liberalismo non fu né scontato né lineare.

L’originalità di questo studio risiede nel coraggio di esplorare le “zone d’ombra” della giovinezza di Jouvenel. Il libro illustra come, negli anni Trenta, il giovane intellettuale francese nutrisse una profonda sfiducia nei confronti del libero mercato e della democrazia parlamentare, sfiducia che, in termini corporativistici, era condivisa da gran parte del mondo cattolico dell’epoca, che in seguito, almeno in Italia, confluirà nella sinistra democristiana. In quegli anni, lontano dai futuri lidi liberali, Jouvenel sposava idee dirigiste, auspicando un massiccio intervento dello Stato nell’economia. Tuttavia, con l’inizio della guerra e dell’occupazione tedesca della Francia, il pensiero di Jouvenel volgerà rapidamente verso una concezione liberale della politica, la quale non resterà solo sulla carta: l’autore francese si arruolerà anche in una delle formazioni partigiane per liberare il proprio Paese.

Si comprende quindi come il liberalismo di Jouvenel non nasca come un dogma astratto, ma come un anticorpo maturato dopo aver visto da vicino la seduzione del potere assoluto, l’illusione del corporativismo economico, così la definiva Luigi Sturzo, e la brutalità della guerra.

Nel 1945, dà alle stampe la sua opera più importante, Del Potere, nella quale traccia una storia dello Stato analizzando soprattutto il periodo che va dal Medioevo all’età contemporanea. Lo scopo è dimostrare che lo Stato è un’entità politica che tende intrinsecamente a crescere, acquisendo progressivamente maggiori prerogative. Jouvenel mostra come nel Medioevo le autorità potestative pre-statali fossero condizionate dalla presenza di numerose istituzioni, come la Chiesa, i ceti aristocratici e le corporazioni. Con l’emergere dello Stato si assiste alla nascita di un’organizzazione politica caratterizzata dal monopolio della forza e dalla capacità sistematica di riscuotere tributi.

Jouvenel arriva così alla Rivoluzione francese e afferma che, in tema di concentrazione del potere, tale evento non abbia determinato una cesura col passato monarchico; al contrario, si è registrato un ulteriore accentramento delle prerogative politico-amministrative. Arrivati all’età contemporanea, vediamo come l’ipertrofia del potere statale trovi modo di concretizzarsi tramite la democrazia di massa. Essa è infatti vista da Jouvenel come il terreno di scontro di partiti politici, organizzazioni in mano a ristrette minoranze volte ad accaparrarsi una quantità crescente di risorse pubbliche. Il pensatore francese mette in luce la natura profondamente demagogica dei programmi elettorali e il progressivo abbassamento della qualità del dibattito pubblico. L’analisi jouveneliana sulle distorsioni della democrazia prosegue fino ad includere un’efficace disamina del fenomeno del plebiscitarismo.

Il libro di Ciampini non si limita all’analisi delle opere principali. Ad esempio, il libro analizza L’etica della redistribuzione, un pamphlet in cui Jouvenel critica la tassazione progressiva, ritenendo che il welfare possa trasformarsi in uno strumento di controllo delle élite politiche sulla società. Oppure, l’analisi de L’arte della congettura, in cui l’autore propone una scienza della previsione politica basata sulla fallibilità umana e sulla necessità di contrappesi al potere.

È essenziale ricordare che Jouvenel non teorizzerà mai un liberalismo fondato su una concezione astrattamente individualistica, al contrario, vicino al personalismo cristiano, egli ritiene che la persona non possa essere considerata separata dalla propria comunità di appartenenza. In questo senso, la famiglia e le piccole comunità locali rivestono un ruolo cruciale per la realizzazione personale. Da personalista liberale, prossimo al liberalismo di Ordo e dell’Economia sociale di mercato, avendo a cuore il principio di sussidiarietà che non cade nella trappola del corporativismo, egli riteneva che tali reti di relazioni fungono da argine critico alla pretesa onnivora dello Stato.

Per chiunque voglia capire come la libertà possa essere difesa quotidianamente, questa rilettura di Jouvenel rappresenta un’interessante bussola.

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