Il fisco e la scuola: basi per creare lavoro

Se si vuole esorcizzare il rischio della decrescita, allora, bisogna comprendere fino in fondo le ragioni della congiuntura attuale

17 Febbraio 2014

La Provincia

Carlo Stagnaro

Direttore Ricerche e Studi

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Mentre la vertenza Electrolux resta aperta, gli italiani sono sempre più chiamati a confrontarsi con un problema inedito: si può convivere con uno scenario di redditi calanti?
I manager della compagnia svedese hanno più volte enfatizzato l’impossibilità di sostenere un business con costi del lavoro multipli rispetto a quelli riscontrabili in altri paesi europei, come la Polonia. La Confindustria di Pordenone, per salvare lo stabilimento di Porcia (ma non solo), ha proposto un piano d’azione che prevede tra l’altro una significativa riduzione degli stipendi.
I giovani italiani che si affacciano oggi sul mondo del lavoro sono la prima generazione a scontrarsi con una prospettiva nella quale non solo non si può dare per scontata una crescita graduale, ma addirittura il declino è una realtà concreta e bruciante.

Rassegnarsi sarebbe sbagliato. Un paese habisogno di svilupparsi, e lo sviluppo non può che tradursi in un aumento del tenore di vita per la maggior parte dei suoi cittadini, se non tutti. Invece, l’Italia del 2014 sembra dover fare i conti con una tendenza opposta. D’altro canto, non si può neppure pretendere che il salario sia una variabile indipendente, come ritenevano le frange più ideoloffizzati degli anni Settanta. Il salario che riceve un lavoratore deve riflettere la produttività di quell’individuo, ovvero il “valore” che egli mischia con gli altri fattori della produzione. Se si vuole esorcizzare il rischio della decrescita, allora, bisogna comprendere fino in fondo le ragioni della congiuntura attuale. Vi sono ragioni contingenti, e ragioni che vengono da lontano. Le ragioni contingenti cioè che possono essere rimosse facilmente, almeno in principio hanno a che fare siacon la legislazione del lavoro, sia con la fiscalità. L’Italia si distingue, tra i paesi europei, sia per l’elevata incidenza del cuneo fiscale, sia per la rigidità delle norme lavoristiche.

Costi eccessivi
In entrambi i casi, l’effetto è quello di aumentare il costo del lavoro: la tassazione ne accresce il costo monetario, la regolamentazione il costo-opportunità, cioè rende più difficile per le imprese aggiustare la propria organizzazione ai cambiamenti (per esempio riducendo l’organico o adibendo il personale a mansioni differenti).
Di tutto ciò il lavoratore non cattura interamente il beneficio lo fa solo in parte, e paradossalmente se ne appropria quanto meno è produttivo ma paga, attraverso la propria ridotta appetibilità, un pesante dazio. Non c’è nulla di misterioso in questi problemi: sono ampiamente noti sia in letteratura sia nel dibattito politico. La stessa lettera della Banca centrale europea che, nell’agosto 2011, suonava il campanello d’allarme sul futuro italiano, metteva l’accento sulla necessaria liberalizzazione del mercato del lavoro e sull’altrettanto urgente riforma tributaria. Purtroppo questi temi, pur non essendo assenti dal discorso pubblico, tendono troppo spesso ad assumere una connotazione ideologica, quasi che siano utili unicamente a posizionare politicamente chi li affronta, e raramente vengono posti sotto la giusta luce di pragmatismo. Gli sforzi inascoltati di Pietro Ichino ne sono la testimonianza forse più evidente.

Cattive regole
Una “cattiva” regolamentazione del lavoro e un eccesso di tassazione, peraltro, riverberano in un welfare antiquato e orientato, come si dice, più alla tutela del posto di lavoro che alla protezione effettiva del lavoratore nei momenti di difficoltà. Protezione, oltre tutto, che anche quando presente si traduce sovente nella mera erogazione di un supporto finanziario (come nel caso della cassa integrazione) e quasi mai passa per il sostegno alla formazione e alla ricollocazione del disoccupato. In tal modo tutti gli sforzi sono orientati a conservare l’esistente, e mai ad accompagnare evoluzioni del tessuto economico che, però, spesso sono inevitabili e che vengono solo rimandate.
Questo conduce all’altro aspetto del problema, che ha una radice più profonda. Se gli italiani faticano (e sembrano faticare sempre più) a trovare un’occupazione sufficientemente remunerativa, è spesso anche perché scontano una serie di handicap.
In parte si tratta di handicap per così dire ambientali: tutti quegli elementi che contribuiscono alla “produttività totale dei fattori” (efficienza del settore pubblico, infrastrutture, efficace contrasto alla corruzione, ecc.) finiscono per penalizzare il nostro paese, come emerge da tutte le classifiche in merito (si vedano, per esempio, l’Indice della libertà economica della Heritage Foundation o il Global Competitiveness Report del World Economie Forum).
In parte, però, l’handicap è dentro di noi e deriva dalla formazione che abbiamo ricevuto: non sempre adeguata e non sempre disegnata per equipaggiare i giovani studenti a scuola e all’università di quelle competenze (incluse le competenze metodologiche) di cui avranno bisogno nel mondo del lavoro. In questo senso, al di là di tutto quello che si può fare per contrastare il declino economico e industriale del paese nel breve termine, la vera sfida di lungo termine sta nel ripensare il sistema dell’istruzione.
Qualcosa, per la verità, è stato fatto. L’introduzione di meccanismi di valutazione e premialità per professori e dipartimenti universitari, il tentativo di misurare la qualità dell’istruzione nelle scuole attraverso i test Invalsi, l’allocazione delle risorse anche sullabase dellaproduttività sono tutte mosse nella giusta direzione. Purtroppo, queste mosse sono state finora poco convinte e sovente sterilizzate da resistenze e opposizioni anche aperte.
Certo, ogni strumento è discutibile e nessuna misura sarà mai perfetta: può esserci del vero, nelle critiche all’Anvur (l’organismo incaricato divalutare gli atenei) e all’Invalsi. Ma un conto sono le critiche costruttive, volte a migliorare strumenti imperfetti, altro quelle distruttive, orientate a enfatizzare i punti deboli per demolire quel poco o tanto che è cambiato. Al contrario, bisognerebbe sforzarsi di dare la massima pubblicità ai risultati delle misure di performance. Esse costituiscono infatti una bussola indispensabile per le famiglie nella scelta degli istituti e dei corsi da frequentare. Ma ancora di più dovrebbero diventare la base (o comunque una delle basi) per indirizzare i fondi pubblici.

Una strada lunga
Può apparire una strada lunga e non lineare, quella che dalla scuola porta al posto del lavoro.
Ma scuola e, sempre più, università sono passaggi obbligati, ed errori fatti in quella fase della formazione possono determinare nella migliore delle ipotesi lo spreco di tempo e di risorse intellettuali dei ragazzi nel momento in cui sono più ricettivi. Nella peggiore, possono addirittura spingere i giovani a compiere scelte sbagliate che li condanneranno a sotto-utilizzare il loro capitale umano.

Lo studio è un investimento il cui ritorno verrà sotto forma di opportunità occupazionali e di salario. Se vogliamo disinnescare la bomba degli stipendi da fame, dobbiamo anzitutto offrire al mondo del lavoro individui con le caratteristiche, le competenze e le abilità che più possono avvantaggiarli.

Da La Provincia, 16 febbraio 2014
Twitter: @CarloStagnaro

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