Il disastro francese è culturale

La crisi francese non è solo economica: affonda le radici in un modello culturale fondato su Stato, pianificazione e potere

23 Gennaio 2026

Il Tempo

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Da decenni la Francia ha imboccato il viale del declino. Anche se oggi Emmanuel Macron gonfia il petto e sembra voler far credere di guidare una superpotenza, Parigi è ormai una realtà marginale, incapace di contenere la spesa pubblica e i deficit di bilancio, e ancor più di esprimere eccellenze nei settori tecnologici di punta.

D’altra parte, nell’Esagono hanno a lungo lavorato a un modello di sviluppo basato su grandi imprese, prevalentemente pubbliche o comunque legate allo Stato. Lo stesso sistema d’istruzione ha destinato le migliori energie in centri universitari (dall’École polytechnique all’École nationale d’administration) dominati da una cultura della pianificazione.

Probabilmente il degrado francese, all’indomani del dissolversi dell’impero coloniale, sarebbe stato difficile da evitarsi, ma le scelte compiute nei decenni passati dalla destra conservatrice e dalla sinistra socialista hanno favorito tutto ciò.

Cosa resta ormai alla Francia? Rimane la «grandeur», e cioè l’illusione assai ridicola di continuare a giocare un ruolo rilevante sullo scacchiere internazionale (magari mandando 15 soldati in Groenlandia…), oltre all’ostinata convinzione che un mix di tecnocrazia, statalismo e burocrazia possa promettere un qualche futuro.

Permane pure il progetto di Jean Monet: l’idea di trasferire i funzionari parigini nei palazzi del potere comunitario e fare dell’Europa un’immensa Francia uniformante. In fondo, se nel corso dei secoli Parigi ha saputo cancellare l’identità di Bretagna, Provenza e Garonna, lo stesso potrebbe fare Bruxelles a danno di portoghesi, ungheresi e greci.

Da oltre Atlantico, però, ormai si dichiara a gran voce che se l’Europa non cambia la sua irrilevanza sarà conclamata; e anche questo mette nell’angolo l’Eliseo e il suo inquilino.

Lo stesso antiamericanismo francese, d’altra parte, è figlio della volontà di accantonare le libertà dei singoli per esaltare, invece, la collettività. Il risultato, manco a dirlo, è che con individui sempre più regolati e tassati (può sembrare strano, ma il prelievo fiscale è perfino più elevato che in Italia!) il medesimo prestigio delle istituzioni viene meno.

Un Paese in decadenza non può giocare un ruolo sullo scacchiere internazionale. La pochezza umana e culturale di Macron, allora, non è il primo dei problemi.

Il vero guaio è che la Francia ha costruito la propria identità moderna – prima con i re e poi con consoli, imperatori e presidenti – sull’esaltazione del potere e sul rigetto di tutto quanto abbia a che fare con il mercato, il pluralismo e la concorrenza.

Un giorno il grande economista Friedrich von Hayek ebbe a dire che quando la Francia sarà liberale, tutto il mondo sarà liberale. Il senso profondo di quella frase rimane tuttora attualissimo.

oggi, 24 Gennaio 2026, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
0
    0
    Il tuo carrello
    Il tuo carrello è vuotoTorna al negozio
    Istituto Bruno Leoni