Il coronavirus e la globalizzazione

“È colpa della globalizzazione” è una tesi sensata?

25 Febbraio 2020

IBL

Argomenti / Politiche pubbliche Teoria e scienze sociali

L’epidemia di coronavirus è colpa della globalizzazione? Nei giorni scorsi alcuni “opinion maker” in rete hanno cominciato ad accusare la circolazione internazionale di merci e persone per la diffusione del corona virus. È proprio così? Quali sono le domande cruciali per capire se si tratta di una tesi sensata?

1. La diffusione dell’epidemia è colpa della globalizzazione?
Il nuovo coronavirus (Sars-Cov-2, che scatena la malattia nota come Covid-19) ha fatto la sua comparsa nel dicembre 2019 nella città cinese di Wuhan. Al momento in cui scriviamo (25 febbraio 2020), la presenza del Covid-19 è documentata in 37 paesi, per un totale di oltre 80 mila casi (di cui quasi 78 mila in Cina), con 2.707 vittime (di cui 2.664 in Cina) e circa 28 mila guarigioni documentate. Al momento (primo pomeriggio del 25 febbraio), con 287 casi documentati, l’Italia è il terzo paese al mondo per la presenza del virus, dopo Cina e Corea del Sud. Da sempre, quando le persone si muovono portano con sé non solo le proprie idee, le proprie competenze, i propri affetti e la propria voglia di lavorare: ma anche eventuali malattie.

Ci sono almeno due aspetti che meritano di essere precisati. In primo luogo, se il coronavirus svilupperà una epidemia, questa non sarò né la prima né l’ultima che il mondo si trova ad affrontare. Rispetto al passato, il virus viaggia più rapidamente. Ciò non significa che sia più letale. Per esempio, l’influenza spagnola impiegò circa due anni (dal 1918 al 1920) a raggiungere la massima estensione e poi sparire, facendo nel frattempo circa 100 milioni di vittime. La cosiddetta peste nera fece la sua comparsa in Cina nel 1346 e colpì il mondo conosciuto nel quinquennio successivo, causando la morte di circa 20 milioni di persone nella sola Europa (pari a circa un terzo della popolazione dell’epoca). Altre ondate di peste si ripresentarono nel corso del secolo, falcidiando ulteriormente la popolazione. Insomma: purtroppo, le malattie con un alto grado di trasmissibilità esistono da sempre.

Oggi però la società è molto più pronta ad affrontare il virus, e lo è tanto di più in quei Paesi “ricchi” e industrializzati dei quali l’Italia tutt’ora fa parte. Abbiamo strumenti diagnostici, terapeutici e piani di intervento che in passato erano semplicemente impensabili, e che consentono di adottare le necessarie misure di prevenzione e mitigazione del rischio. Così come totalmente impensata era la possibilità di condividere pressoché in tempo reale i dati emersi in diversi Paesi e i risultati delle ricerche effettuati in ciascuno di esso. La maggior parte di questi progressi sono riconducibili proprio alla globalizzazione. Sono il libero mercato, l’innovazione tecnologia e la cooperazione economica globale che ci danno gli strumenti per prevenire dove possibile, contrastare dove necessario la diffusione del morbo.

2. La società aperta favorisce la diffusione dell’epidemia?
Nella versione più “estrema” della società chiusa (una versione che nessuno dei suoi sostenitori si azzarda a prendere seriamente), non ci sarebbe contagio possibile: semplicemente perché gli individui vivrebbero in società piccole, dove le interazioni sono limitate ai contatti faccia-a-faccia e le relazioni con altre comunità sono impossibili. Se il lodigiano esistesse senza avere cognizione dell’esistenza di Milano, il contagio sarebbe più limitato: ma è evidente che si tratterebbe di una società ancora molto primitiva, dal momento che non potrebbe ricorrere alla divisione del lavoro “al di fuori dei propri confini”, inclusa la città di Milano.

Il contagio esiste perché esiste la vita associata, perché ci sono grandi conglomerati di esseri umani.

La società aperta garantisce che tutti gli strumenti a disposizione – a partire dalla diffusione di informazione corretta e tempestiva – potranno essere sfruttati per combattere il coronavirus. La conferma dell’efficacia di questi mezzi viene dal numero relativamente basso di casi nei paesi Ocse (e dal numero ancor più basso di vittime, che nella maggior parte dei casi erano peraltro soggetti che già si trovavano in condizioni debilitanti). Al contrario, come dimostra la progressione del contagio, è stata proprio la gestione dirigista cinese a impedire di contenere l’epidemia: prima ignorando gli allarmi e addirittura punendo chi segnalava l’emergere del problema, poi negandone la gravità, il Governo cinese non solo si è reso protagonista di un intervento tardivo, ma ha anche distrutto la fiducia nella sua capacità di affrontare il problema e nell’affidabilità dei dati forniti. Non è un caso se, probabilmente, la figura simbolo di questa vicenda sarà l’oculista Li Wenliang, tra i primi a comprendere cosa stava accadendo e per questo messo a tacere dal regime (e oggi ucciso proprio dal coronavirus).

3. Quanto costerà l’epidemia di coronavirus all’economia mondiale?
Non c’è dubbio che il coronavirus avrà un impatto economico molto significativo. Per il momento è impossibile quantificarlo con precisione, a dispetto di numerosi tentativi. Tutto dipenderà dalla durata del contagio e dal tempo che ci vorrà per rilassare le misure emergenziali che hanno determinato un significativo rallentamento dell’attività economica in Cina e altrove. Al momento, il Fondo monetario internazionale ha rivisto le sue stime di crescita al ribasso dello 0,1 per cento per il mondo intero, e dello 0,4 per cento per quanto riguarda la Cina. Molto probabilmente, si tratta di una stima ottimistica. Altri centri di ricerca privati hanno un atteggiamento più pessimistico: per esempio, Oxford Economics stima un rallentamento dell’economia globale compreso tra lo 0,5 e l’1,3 per cento. È importante considerare che l’effetto sul prodotto sarà tanto più rilevante quanto più debole (quanto meno è cresciuta negli ultimi anni) una economia, il che mette l’Italia in una posizione particolarmente difficile. Una prima stima condotta da Nicola Nobile sempre per Oxford Economics prevede una riduzione del Pil nel primo trimestre 2020 attorno allo 0,1 per cento, se le misure precauzionali adottate nel Nord del paese non si protrarranno oltre la settimana.

Tuttavia, nel riflettere su questo dato, occorre tenere presente che – senza la globalizzazione e l’integrazione delle economie mondiali, inclusa la Cina – il mondo sarebbe immensamente più povero: dal 1989 a oggi, il Pil pro capite globale (misurato a parità di potere d’acquisto) è aumentato di oltre il 77 per cento mentre la quota delle persone in condizioni di povertà è scesa da più di un terzo a meno di un decimo, nonostante nel frattempo la popolazione sia cresciuta da poco più di 5 miliardi a circa 7,7. La globalizzazione è stata un fattore determinante di questo progresso.

4. L’impatto economico del coronavirus sarebbe stato inferiore in un mondo meno globalizzato?
Il costo economico del coronavirus dipende da due ordini di ragioni. In primo luogo, c’è un costo diretto legato alle misure di contenimento adottate nei paesi toccati dal virus: come per quanto riguarda la sospensione delle attività economiche nelle regioni italiane colpite, che determina direttamente una riduzione degli scambi.

Nel lungo termine, ancora più rilevante è il fatto che molte filiere produttive, pienamente internazionalizzate, dipendono per alcuni input o prodotti intermedi da imprese cinesi ovvero di altri Paesi interessati dal virus, le quali hanno dovuto sospendere o rallentare le loro produzioni a causa dell’emergenza.

Inoltre, il rallentamento dei consumi cinesi avrà un impatto negativo su tutte quelle imprese che negli ultimi anni hanno esportato i loro prodotti in Cina: è il caso, per esempio, del settore del lusso. Tuttavia, è probabile che – nel medio termine – le imprese riescano ad adeguare i loro processi produttivi, grazie al trasferimento dei loro fornitori tradizionali (o all’apertura di nuovi fornitori) in altri paesi ritenuti meno a rischio. Sarà in ogni modo un processo complesso e costoso.

5. Di fronte ai repentini aumenti dei prezzi di molti beni, lo Stato dovrebbe intervenire per imporre dei prezzi giusti?
Nei giorni scorsi, visto l’improvviso (e non del tutto anticipato) aumento della domanda di beni quali mascherine e disinfettanti, diversi rivenditori hanno aumentato i prezzi di vendita. Questo ha scatenato proteste e accuse di sciacallaggio. In realtà, si tratta di una normale reazione del mercato a uno shock dal lato della domanda: a fronte di un’offerta limitata nel breve termine, e di una domanda che cresce all’improvviso, i prezzi non posso che aumentare. Questo è un fenomeno positivo, per tre ragioni: i) l’aumento dei prezzi indurrà persone che non hanno un’effettiva urgenza di questi prodotti a rinunciare all’acquisto, lasciando così alcune disponibilità per chi veramente ne ha bisogno; ii) la domanda di alcuni prodotti (come le mascherine) non deriva da una vera necessità di misure igieniche, ma riflette in realtà il panico che si sta diffondendo (le massime istituzioni sanitarie, cioè l’Oms e il Ministero della salute, non raccomandano l’uso della mascherina se non si è infetti o a contatto diretto con persone infette), quindi l’aumento dei prezzi fa sì che quelle risorse non vengano “sprecate” finendo in mano a persone che non ne hanno bisogno; iii) i maggiori prezzi sono un segnale importante attraverso cui il mercato “chiede” maggiori quantitativi di quei prodotti. È ragionevole quindi aspettarsi che, attratti dai maggiori margini, i produttori di disinfettanti, mascherine, ecc. aumenteranno la produzione, soddisfacendo la domanda e riportando i prezzi a un livello “normale”. È importante che la politica non interferisca con questo meccanismo: politiche come il controllo dei prezzi generano infatti scarsità, come aveva capito benissimo Alessandro Manzoni, nel XII capitolo dei Promessi Sposi.

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