19 Giugno 2026
Healthcare Policy
Paolo Belardinelli
Research Fellow IBL e Assistant Professor alla O'Neill School di Indiana University
Argomenti / Diritto e Regolamentazione
Dopo averci provato durante il suo primo mandato, Trump è tornato alla carica sul sistema Most favored nation (Mfn) con un’idea semplice: gli americani non possono pagare prezzi sistematicamente più elevati degli europei per i nuovi farmaci. Il nuovo sistema Mfn obbliga le aziende farmaceutiche a vendere negli Stati Uniti al prezzo più basso tra quelli di sei Paesi, inclusa l’Italia.
L’idea non è del tutto irragionevole, dal momento che gli americani pagano per i nuovi farmaci prezzi che in media sono oltre il triplo di quelli europei: anche considerando il potere d’acquisto, pagano il 90% in più in proporzione al reddito. In poche parole, gli americani si fanno carico di premiare gli sforzi in ricerca e sviluppo da parte delle aziende farmaceutiche. Trump vuole porre fine a questa dinamica e spera di ottenere riduzioni di prezzo per i consumatori americani. Non ci sono numeri disponibili sul supporto degli americani per questa misura, ma non ci si dovrebbe stupire se questa risultasse molto popolare.
Trump fece un primo tentativo già nel suo primo mandato, prendendo come gruppo di riferimento l’intero insieme dei Paesi Ocse. La misura non ebbe alcun seguito. Ora la misura è stata semplificata e circoscritta a sei Paesi. Oltre all’Italia rientrano Canada, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Svizzera e Regno Unito. L’aspettativa della Casa Bianca è che questo sistema abbasserà i loro prezzi e metterà pressione al rialzo su quelli degli altri Paesi sviluppati. Nonostante la semplificazione rispetto al primo mandato, ci sono ragioni per dubitare che la misura abbia successo. Innanzitutto, stiamo parlando di un mercato che non brilla per trasparenza sui prezzi, specialmente in alcuni Stati. Per esempio, in Germania le aziende farmaceutiche possono optare per prezzi confidenziali sui farmaci nuovi. Anche qualora i prezzi riuscissero a essere identificati, dalla prospettiva americana il sistema rischia di fallire dal momento che le aziende, nel cercare di mantenere i propri profitti (che in media, a livello globale, derivano per circa il 70% dal mercato americano), invece di abbassare i prezzi negli Stati Uniti potrebbero ritirare i prodotti negli altri Paesi. In questo caso, i prezzi americani rimarrebbero alti e i consumatori negli Stati di riferimento si ritroverebbero con meno disponibilità di prodotti. Questa è la prospettiva che inquieta i Paesi di riferimento in questo momento, incluso il nostro.
Qui comincia il problema italiano. Per anni l’Italia (e non solo) ha potuto raccontarsi una storia rassicurante: i prezzi bassi dei farmaci sono il frutto della virtù dei sistemi pubblici, capaci, da monopsonisti, di negoziare duramente nell’interesse dei contribuenti. Purtroppo, se la ricerca costa, se molti composti falliscono prima di arrivare sul mercato, se un’innovazione deve ripagare anche i tentativi andati a vuoto, qualcuno quel costo deve sostenerlo. Finora a farlo sono stati soprattutto i pazienti e i contribuenti americani, in un mercato dove il prezzo d’ingresso resta molto più libero che nei sistemi europei.
L’amministrazione americana sembra intenzionata a dedicare energie a identificare il prezzo netto dei farmaci, ovvero al netto di sconti, rebate, payback, clawback e concessioni simili che riducono ulteriormente i prezzi già inferiori dei Paesi di riferimento. Ci sono due possibili scenari di alterazione del vecchio equilibrio basato sul fatto che gli americani paghino il conto per tutti. Il primo scenario vede gli Stati Uniti raggiungere il proprio obiettivo di fare aumentare i prezzi nei Paesi di riferimento e di redistribuire il peso del pagamento dei profitti alle aziende farmaceutiche. Per esempio, il recente accordo tra Stati Uniti e Regno Unito, che prevede un aumento del 25% su alcuni farmaci innovativi in cambio dell’azzeramento dei dazi sui farmaci realizzati nel Regno Unito va in questa direzione.
Il secondo scenario vede gli Stati Uniti fallire nel loro intento di modificare i propri prezzi e degli Stati di riferimento, con le aziende farmaceutiche che ritirano i prodotti dai Paesi con i prezzi più bassi. L’accordo già citato tra Stati Uniti e Regno Unito rappresenta il tentativo da parte del Regno Unito di assicurarsi un vantaggio nel nuovo contesto internazionale, al fine di preservare l’accesso a farmaci innovativi per i pazienti britannici.
Non è necessariamente un modello da copiare meccanicamente, ma è un segnale politico: Londra preferisce pagare un po’ di più oggi per non perdere accesso ai farmaci domani. Anche l’Italia assume un ruolo fondamentale nel disegno delle strategie future di tutte le maggiori imprese farmaceutiche globali, in quanto qualunque decisione presa nel nostro Paese può avere conseguenze di largo raggio. Uno studio di Maini e Pammolli mostra che i sistemi che utilizzano prezzi di riferimento esteri penalizzano i Paesi a reddito più basso ritardando l’introduzione di nuovi farmaci. Insieme al Giappone, l’Italia ha il Pil pro capite più basso tra i sette Stati di riferimento del sistema Mfn. Il rischio per il nostro Paese di rimanere escluso dai farmaci più innovativi è dunque molto elevato. Un’azienda che deve lanciare una terapia innovativa si chiederà se valga la pena entrare subito in Italia a un prezzo inferiore (e gravato da payback), sapendo che quella scelta può ridurre i ricavi nel mercato più profittevole, ovvero gli Stati Uniti.
L’Italia dovrebbe leggere quel segnale con urgenza. La nostra farmaceutica vale più di 50 miliardi di produzione e circa 70mila addetti diretti; nel 2025 l’export del settore cresceva oltre il 30%, evitando che l’export complessivo restasse fermo. Siamo un Paese produttore, non solo un compratore. Eppure continuiamo a trattare il farmaco innovativo come una voce di spesa da comprimere ex post, non come una infrastruttura sanitaria e industriale. Questa incoerenza era costosa ieri; con la Mfn diventa pericolosa.
La soluzione non può essere accettare qualunque prezzo chiedano le imprese. Purtroppo, allo stato attuale non possiamo permettercelo. Ma il sistema Mfn americano ci costringe a guardare una realtà che abbiamo preferito ignorare. L’innovazione non è gratis, e i prezzi amministrati non aboliscono i costi: li spostano. Per anni li abbiamo spostati dall’altra parte dell’oceano. Ora gli Stati Uniti provano a rimandarceli indietro. Vanno trovate risorse aggiuntive, che dato lo stato delle finanze pubbliche non possono arrivare dal Sistema sanitario nazionale. Un maggior uso di schemi assicurativi privati integrativi potrebbe essere l’unica risposta possibile di medio termine.