Il commercio e i suoi vincoli

Deregolamentare significa, ovviamente, che lo Stato perde presa sulla società

22 Settembre 2014

Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Non è mai successo, ma cinque consigli regionali possono chiedere un referendum abrogativo di una legge dello Stato. Un marziano (ma anche un americano o un tedesco) che venisse in Italia e cercasse di capire il nostro Paese leggendo la Costituzione, immaginerebbe che quella disposizione stia lì per difendere le autonomie, qualora si ritengano danneggiate da un atto del governo centrale. La Regione Lombardia ha deciso invece di unirsi all’Abruzzo, all’Umbria e al Veneto, per proporre un plebiscito per abolire la legge del dicembre 2011, che ha restituito agli esercizi commerciali la libertà di aprire o chiudere quando lo desiderano. Nel nostro Paese, il commercio ha conosciuto una deregolamentazione a tappe, culminata con quell’iniziativa del governo Monti (sostenuto sia dall’allora Pdl che dal Pd). Deregolamentare significa, ovviamente, che lo Stato perde presa sulla società. In questo caso, a dover fare un passo indietro sono le Regioni, che pure restano una fucina di regolamentazioni in tema di commercio (dalle tipologie di carburante per i nuovi distributori, al consumo di suolo) potenzialmente ottundenti per qualsiasi iniziativa. Se non altro, oggi non possono più dire a nessuno quando alzare e quando abbassare la clèr. Per inciso, il nostro marziano (o il nostro americano o il nostro tedesco), già perplesso, sarebbe spiazzato dall’apprendere che una battaglia simile la conduce una coalizione di governo che una volta si faceva chiamare «Casa della libertà».

Milano, alcune sere fa, si è illuminata per la Vogue Fashion Night Out. I dj set in vetrina e le celebrità di passaggio hanno creato l’evento. Che non ci sarebbe stato senza i seicento negozi che hanno tenuto aperto in orario serale: un po’ per partecipare, ciascuno a modo suo, alla grande festa della moda, un po’ sperando di incontrare l’interesse di nuovi avventori. Se vogliamo «tornare a crescere», la strada è quella: cercare clienti. Moltiplicare le occasioni di scambio. Questo è particolarmente vero per una Regione come la nostra, e per una città come Milano, che sarà al centro dell’Expo. Le tante aspettative che tutti nutriamo sull’Expo non vengono dalla curiosità per quel che ci sarà nei padiglioni: sono legate agli afflussi turistici, che speriamo portino ospiti agli alberghi, consumatori ai negozi, pubblico pagante alla Scala e nei musei, clienti ai ristoranti. I lombardi non si sono mai vergognati di pensare af quattrini e garantire così una vita migliore alle proprie famiglie. Eppure i «referendari» (lombardi, abruzzesi, veneti, umbri) vogliono proprio questo. Ridurre le occasioni di adoperare la nostra libertà di scelta: per cercare acquirenti, per trovare beni che soddisfino i nostri bisogni.

Il Parlamento è già al lavoro per una norma nazionale che operi nella stessa direzione: così che sia Roma a decidere in quali giorni la merceria di paese e l’ipermercato debbono stare chiusi. Il minacciato referendum serve solo a creare l’illusione che ci sia una domanda «popolare» (nella curiosa ipotesi che i consigli regionali parlino per il popolo) di ri-regolamentazione. Che verrà dal centro. Oltre al danno per i cittadini, la beffa per le Regioni.

Dal Corriere della sera, 22 settembre 2014
Twitter: @amingardi

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