Il Capitalismo ci ha offerto "un grande pasto gratis", dice McCloskey

CHIACCHIERATA CON L'ECONOMISTA AMERICANA ANTI PIKETTY

23 Settembre 2015

Il Foglio

Lorenzo Castellani

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Lucca. “Il principale problema di Piketty? Confonde l’uguaglianza con la povertà, e si preoccupa solamente della prima. A me non interessa l’uguaglianza economica, ma la lotta alla povertà”, dice al Foglio Deirdre MeCloskey, economista di fama mondiale della University of Illinois a Chicago, in questi giorni in Italia per due conferenze su temi economici. McCloskey è stata ieri all’Imt di Lucca e sarà oggi a Milano per intervenire presso la Residenza Vignale con la collaborazione dell’Istituto Bruno Leoni. McCloskey difende il capitalismo che ci ha garantito “un abbondante pasto gratis”, dice parafrasando Adam Smith, e critica il collega francese, autore de “Il Capitale nel Ventunesimo secolo”, sostenendo che “Piketty e gli economisti socialisti sono ossessionati dalla redistribuzione, mentre il problema vero è come migliorare la condizione dei più poveri aumentandone il reddito”. Ancora: “Se si guardano con attenzione i dati possiamo notare come la diseguaglianza negli ultimi settant’anni non è aumentata. Ciò che è aumentato proporzionalmente, semmai, è il reddito pro capite. Le differenze economiche si sono ridotte in modo impressionante negli ultimi duecento anni, cioè dall’avvento della rivoluzione industriale”. McCloskey non manca di argomentare con esempi: “Prendete un operaio italiano di una grande azienda dei primi del novecento e confrontate il suo stile di vita con quello di un operaio di oggi. Si noterà che le differenze del tenore di vita tra quest’ultimo e il proprio datore di lavoro sono notevolmente diminuite rispetto a quelle tra il suo antenato e il rispettivo datore di lavoro. Gli strati sociali più bassi oggi possono condurre una vita migliore rispetto a quella di due o tre generazioni fa se comparata a quella dei ricchi. Il gap nei consumi si è radicalmente ridotto”. Tuttavia Piketty e la sua scuola non lo ammetteranno mai perché “scrivono libri in cui argomentano ciò che la sinistra mondiale vuole sentirsi dire”.

L’economista non risparmia le critiche al settore pubblico e ai difensori del suo status quo: “Non si rendono conto che in molti casi è lo Stato a creare la diseguaglianza. Basti pensare alle politiche di sussidio indirizzate verso alcune imprese a discapito di altre oppure ai dipendenti pubblici che godono di stipendi equiparati a quelli dei privati, cui si aggiunge un posto fisso garantito dal quale non potranno essere mai licenziati. Non c’è forse diseguaglianza tra impiego pubblico e privato?”. Così, sottolinea McCloskey, la politica sotto l’influenza del “socialismo economico” finisce per creare privilegi, i quali generano a loro volta diseguaglianza. “I privilegi sono propri del feudalesimo e non del capitalismo”, dato che quest’ultimo “è il più grande marchingegno per la lotta alla povertà che sia mai stato creato. Perciò dobbiamo essere contro la retorica dell’eguaglianza e dalla parte della concorrenza”.

A Milano invece McCloskey parlerà di “food economy”: “Dobbiamo lasciar lavorare il capitalismo nel settore alimentare. Questo significa combattere il localismo che spesso alberga nel settore del food” e ciò vuol dire prima di tutto promuovere il libero scambio e combattere dazi, dogane e bolli contrari alla libera circolazione delle merci alimentari. Sugli organismi geneticamente modificati l’accademico ha le idee chiare: “Sono assolutamente favorevole agli Ogm. Questi possono aiutare i paesi in via di sviluppo. Si pensi a certe culture che naturalmente non crescerebbero a certe latitudini, grazie alla genetica queste potrebbero essere coltivate ovunque. Ciò permetterebbe ai paesi in via di sviluppo e meno attrezzati tecnologicamente sia di sfamare meglio la propria popolazione sia di lavorare sulle esportazioni”. Meglio poi opporsi alla combo “protezionismo più sussidi”: “Stati Uniti e Unione europea finanziano copiosamente le aziende agricole cercando di metterle al riparo dalla concorrenza mondiale. Se ciò non avvenisse e si lasciasse libero il mercato, l’Africa decuplicherebbe le proprie esportazioni di cibo. Ancora una volta, abbattere le barriere e le protezioni significa sedersi dalla parte dei più poveri oltre che garantire una maggiore varietà di cibi, qualità e prezzi su scala globale. Allo stesso tempo con la crescita economica africana derivante dall’esportazione alimentare si avrebbe una consistente riduzione dell’emigrazione verso i paesi occidentali”.

Da ultimo, McCloskey espone le proprie idee sulla crescita: “Greci, Italiani del sud, Portoghesi e Spagnoli riescono a costruire carriere straordinarie negli Stati Uniti o in Gran Bretagna mentre nel loro paese d’origine sarebbero disoccupati o sottopagati. L’occupazione dipende in gran parte dalle regole del mercato del lavoro: più queste sono flessibili e garantiscono mobilità, maggiori sono il dinamismo e le opportunità”. E le tasse? “Non c’è una formula magica nella distribuzione del carico fiscale, ma ritengo particolarmente dannosa un’elevata tassazione sugli utili aziendali. Così le aziende si spostano altrove, gli investimenti si strozzano e le persone perdono il lavoro. I costi di un’elevata tassazione sulle imprese li pagano i lavoratori, non gli imprenditori perché quest’ultimi possono quasi sempre produrre altrove”.

Da Il Foglio, 23 Settembre 2015

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