Il capitalismo che i giovani Usa non amano più

L’anticapitalismo dei millennial negli Stati Uniti è particolarmente rilevante, perché è la generazione che ha preso o sta prendendo in mano le redini del Paese


25 Settembre 2026

ItalyPost

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Economia e Mercato

A cadenza regolare, i sondaggi sembrano rilevare una crescente sfiducia degli americani verso il capitalismo. Secondo una recente rilevazione Gallup, nella fascia d’età 18-34 anni solo il 43% ha un’immagine positiva del capitalismo, mentre il 57% ne ha una positiva del socialismo. Nella fascia appena più anziana, 35-54, siamo rispettivamente al 50 e al 45%, tra gli over 55 al 65 e al 34%. I millennial, che oggi hanno fra i 30 e i 45 anni, stanno a cavallo delle due fasce più giovani.

Ci sarebbe molto da dire su che cosa passa sotto le etichette “capitalismo” e “socialismo”. Nello stesso sondaggio la fascia 18-34 giudica positivamente la libera impresa al 69%: diffidenza verso il capitalismo e apprezzamento per la libera impresa convivono, almeno in parte, negli stessi intervistati. Il che pare suggerire che per “capitalismo” s’intenda il consolidamento della posizione di alcune grandi imprese più che i valori alla base del sistema, come la libertà d’intraprendere.

Nondimeno, queste indagini riflettono atteggiamenti diffusi. John Burn-Murdoch ha sostenuto sul Financial Times che negli Stati Uniti e nel Regno Unito i millennial sono la prima generazione a rompere “la regola più antica della politica”, quella per cui con l’età si diventa più conservatori. Prima dell’ascesa di Trump era abbastanza comune prevedere su alcuni temi, come il matrimonio omosessuale, un inevitabile spostamento a sinistra dell’elettorato dovuto alla demografia. Se si indossano quelle lenti, anche l’esito conservatore delle lotte politiche sui temi identitari, dal woke all’immigrazione, è almeno in parte una battaglia generazionale.

Rimaniamo sulle questioni economiche. L’anticapitalismo dei millennial negli Stati Uniti è particolarmente rilevante, perché è la generazione che ha preso o sta prendendo in mano le redini del Paese. È vero che con Biden e Trump gli Stati Uniti sono parsi voler imitare la gerontocrazia europea, ma sono millennial J. D. Vance (1984) e Alexandria Ocasio-Cortez (1989), le voci più acute dei rispettivi partiti. E millennial sono Mark Zuckerberg (1984), Sam Altman (1985) e Dario Amodei (1983). La generazione che ha trasformato i capitalisti in rock star sembra essere perplessa circa le loro virtù.

La questione rilevante è se queste opinioni derivino dall’esperienza personale oppure da un idem sentire dovuto al clima culturale nel suo complesso. Si cita spesso il fatto che i giovani sono convinti di stare peggio dei genitori ma, di nuovo, si tratta di opinioni. Quanto alla casa, nel 2022 era proprietario il 61% dei 35-44enni americani, contro il 66% del 1989; nello stesso periodo la quota di chi detiene azioni è salita dal 39% al 64%. La generazione più istruita di sempre è anche quella che negli Stati Uniti si è più indebitata per studiare, e questo influenza le sue scelte finanziarie.

Nella serie tv Lioness lo sceneggiatore Taylor Sheridan, uno dei pochissimi conservatori di quel mondo, racconta un’America le cui università sono da anni infiltrate dai “nemici dell’Occidente”. Lasciamo perdere il meccanismo narrativo da thriller e l’idea, utilissima sullo schermo, che dietro le “chiamate” di questa o quella università ci sia un potere straniero. I grandi atenei sono sempre stati più a sinistra della società americana, e negli ultimi anni il fenomeno si è acuito. Sarebbe così stupefacente che la generazione con la più alta quota di laureati di sempre, che ha studiato con docenti che in larghissima maggioranza rifiutano l’economia di mercato, la pensi più o meno come i suoi vecchi professori? Che cos’è, se non questo, il potere delle idee?

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